Hermaphroditus (Beccadelli)  

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Train wreck at Montparnasse (October 22, 1895) by Studio Lévy and Sons.
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Train wreck at Montparnasse (October 22, 1895) by Studio Lévy and Sons.
Hermaphroditus, 15th century literature, De figuris Veneris

Hermaphroditus (1425) is a collection of eighty-one Latin epigrams by Antonio Beccadelli , which evoke the unfettered eroticism of the works of Catullus and Martial, as well as of the Priapea. Its two books feature forty-three and thirty-eight epigrams respectively. The first part is dedicated to the phallus, the second to the vulva.

Contents

Criticisim and praise

This work was greeted with acclaim by scholars but subsequently condemned and censured as obscene by Christian apologists.

  • Amongst those who praised this work was Guarino da Verona, who called Beccadelli a poetic scion of the Sicilian writer of antiquity, Theocritus.
  • Beccadelli's critics included the theologian Antonio da Rho (1395-1447), a Franciscan from Milan, who would write a Philippic against Antonio Panormita (1431/32). Panormita had written invective poetry ridiculing Rho with obscene insults, but he would have to defend not only his work but also his life and morals. Rho discredited and vilified Beccadelli by making allegations about the poet's Sicilian background, orthodoxy, and practice of sexual taboos.

Contemporary assessments

Wayland Young in Eros Denied suggests that Beccadelli, like Martial, was half fascinated and half disgusted "by women and fucking."

Translation history

  • L'Hermaphrodite de Panormita (XVe siècle). Traduit pour la première fois (par Alcide Bonneau) avec le texte latin et un choix des notes de Forberg. Paris, 1892. --Patrick J. Kearney

Full text of a 1922 edition

L'ermafrodito di Antonio Beccadelli. L'ecatelegio di Pacifico Massimo introduced by Angelo Ottolini

From L'ermafrodito [di] Antonio Beccadelli. L'ecatelegio [di] Pacifico Massimo. Testo, versione e introd. per cura di Angelo Ottolini is an Italian book featuring Hermaphroditus (Beccadelli) and the Hecatelegium by Pacifico Massimo, both introduced by Angelo Ottolini .

PANORMITA

L'ERMAFRODITO

CLASSICI DELL'AMORE N. 7

PACIFICO MASSIMO

V ECATELEGIO


TESTO VERSIONE E INTRODUZIONE

PER CURA DI

ANGELO OTTOLINI



MILANO STUDIO EDITORIALE CORBACCIO

MCMXXIl.


I Classici delu Amore


EDIZIONE DI SOLE MILLE COPIE


Di ciascun volume sarannno stampati pochissimi esem- plari fuori commercio^ debitamente numerati da l a 55 sa carta a mano, di gran lusso, legatura In tutta tela e dici- tura in oro.

Tutta la collezione consta di soli venti volumi che verranno pubblicati entro il più breve tempo possibile e presto divente- ranno una vera rarità bibliografica.

La Casa Editrice accetta prenotazioni dai privati alla collezione di 1000 esemplari e a quella di gran lusso.

Domandare le condizioni per le prenotazioni.


Questo volume ^ porta il numero


LA PROPRIETÀ LETTERARIA

tfelle Prclarfonl, dei Test! crWcl, cUUe Versioni pubblicate tn questa CoQczt»

spetta allo STUDIO EDITORIALE CORBACCIO - MILANO.

Tipografia dello STUDIO EDITORIALE CORBACCIO.


L'ERMAFRODITO

DI

ANTONIO BECCADELLI

INTRODUZIONE

Il secolo decimoquinto segna un ritomo all'antico. II mondo greco-latino si presenta all'immaginazione come una nuova Pompei che bisogna ad ogni costo disseppellire. L'impulso dato dal Boccaccio e dal Petrarca diviene frenesia, crea ima corrente elettrica che si propaga a tutti gli spiriti pensanti. Pullulano allora i latinisti e i grecisti che si affannano a percorrere l'oriente e l'occidente in cerca di antichi mano- scritti e a rubarseli con lo stesso furore di devozione con cui secoli innanzi si rubavano le reliquie dei santi. Alla stessa guisa che alcuni secoli prima i re si mandavano in dono fram- menti di un legno della croce, i principi si regalavano codi- ci: Cosimo de' Medici invia come pegno di pace ad Alfonso di Napoli un Tito Livio, la repubblica di Lucca attesta la sua gratitudine al duca Filippo Maria Visconti con due codi- ci. I privati, come prima vendevano i beni per partir cro- ciati, ora si privano de' loro averi per acquistare un mano- scritto, così Antonio Beccadelli aliena un podere per com- perarsi un Tito Livio. Ma a differenza dell'alto medioevo iij cui gli spiriti vivevano in contemplazione e la carne era ma- cerata, ora il corpo diviene strumento di piacere e le passio- ni più basse e volgari trionfano. Il ritomo alla lingua latina segna un rilassamento nei costumi e nelle coscienze. La col- tura acquista fìsonomia nazionale, diviene italiana ma man- ca di contenuto vitale, della lolla intellettuale, della passio- ne politica che crea veramente la vita. Gli scritJori seu/a u- na coscienza loro propria, vanno errando per le corti, fi of

frono all'incanto, cercano di stuzzicare gli appetiti de' loro protettori; fanno come i capitani di ventura, si vendono al miglior offerente; il nemico dell'oggi diventa il protettore di domani. Fiacchezza e servilismo, indifferenza religiosa e politica domina in tutto, la depravazione dilaga, le passioni sensuali occupano tutta la vita.^ Nessuna meraviglia che in un tempo di corrotti costumi anche gli ingegni più nobili si peidano a scrivere porcherie che fanno arrossire e che i prin- cipi ne accettino le dediche. Leonardo Aretino si compiace di scrivere una esortazione alle meretrici e la suppone pro- nunciata da Eliogabalo, il più dissoluto fra gli imperatori; Lapo da Castiglionchio, rigido con gli altri, invita Leonardo Dati a lasciare gli studi severi per gustare un'egloga lasciva, scusandosi d'averla scritta, col vecchio e sovente falso ada- gio: licenziosa è la pagina, proba è la vita. Antonio Beccadel- li scrive l'Ermafrodito libro d'una licenza strana, in cui si nota tutta la impudente scostumatezza del secolo. Eppure questo libro, che oggi deve essere letto solo' a scopo di studio da uomini assennati, ebbe lodi sperticate da ogni ceto di persone e fu richiesto allora anche da arcivescovi. Non tutti però tollerarono, e a buon diritto, tanto sfregio alla pubbli- ca morale. Anche Guarino, veronese, che prima l'aveva en- comiato, più tardi temperò il suo giudizio; lo stesso Poggio, uomo per nulla scrupoloso, scriveva all'autore: « le cose da te divulgate Cn qui possono condonarsi all'età o alla licenza del- lo scherzo; ma sai come non è permesso a noi cristiani quel- lo che lo era ai poeti ignari di Dio » e lo esortava ad occu- parsi d'argomenti più gravi. Maffeo Vegio voleva il Becca- delli sepolto in una cloaca, luogo convenientissimo ai suoi costumi. I predicatori presero l'Ermafrodito per soggetto di declamazione e si dice che l'autore fosse bruciato in efTicie. Era Antonio Beccadelli nato nel 1391 a Palermo, di qui il soprannome di Panormita. Frequentò, per studiar diritto, e studiò si può dire il rovescio, le più celebri università ita- liane, comse Bologna e Pavia. Ebbe per protettore della sua gioinezza Cosinio de' Medici indi ebbe presso Filippo Maria Visconti l'ufTicio di poeta e di sforiografo. Perduto il favore di Filippo Maria e incoronato poeta dairimperatore Sigi- smondo appunto pjr VErmajrod.lo, ti-ovò a Napoli la pro- tezione di re Alfonso d'Aragona del quale diventò consiglie- re e lettore, ufTìcio che tenne anche sotto Ferdinando.

In Napoli, nel sodalizio dei dotti che si raccoglievano intorno a lui, nel Pori co Antoniano, promosse, con grande eloquenza e con grande ardore, lo studio della coltura anti- ca, ne trasferì la sede nella via de' Tribimali tutta fiancheg- giata di portici e tenne vive le dispute letterarie con l'elo- quente parola e con la fine ironia. A lui successe poi l'ele- gantissimo poeta Giovanni Fontano dai quale per la prima volta il Portico si chiamò e ritenne il nome di Accademia Pontaniana. Scrisse il Beccadelli in elegante latino: de dictis et factis Alphonsi regìs utriusque Siciliae et Aragoniae libri IV; Alphonsi regis triìimphus; VHermaphrod (us; ep s ola- rum, libri V, raccolta che contiene Carmina et orationes II ad Ligures et ad Alphonsiim regem (Venezia, 1553, in 4"); due discorei ad Caetanos et Veneios, de pace che si trovano nell'opera di Bart. Fazio: De rebus geslis Alphonsi (Lione, 1560); lettere riprodotte nell'opera intitolata: Reg^s Ferdi- nnndi et aUorum epistolae ac orationes (1586, in 8°.); un di- scorso tenuto in Roma nel 1452 per l'incoronazione di Federi- go III voi. degli Scriptorcs Germ.aniae. Altri suoi lavori tro- vansi dispersi in biblioteche, così, secondo la vita di L. B. Alberti scritta da Lorenzo Mehus ed esistente nel cod. Mara- celliano B. VI, 40, v'è uno specimen inedito diretto a C Si- mo de' Medici e in due libretti manoscritti, l'uno nella Lau- renziana PI. 34. cod. 53, l'altro nella Riccardiana ccd. IV, n. XIV. Altre lettere sue vennero pubblicate in vari tempi (1).

L'opera però per cui il nome del Panormita è ancor vi-


(i) cfr. R. Sabbadini. La fiù antica lettera del Panarvi 'a in Il libro e la Stamfa a. IV, 1910 p. 113-117; o tanta lei ere Ì7ie- dite del Panormita tratte dai codici milanesi in Biblio ecn del- la società di storia -patria -per la Sicilia Orientale. Catania, 1910, I, I - 167.


Yo è l'Ermafrodito libro che quantunque si veda spesso cita- to, pochissimi hanno letto e conoscono non essendovi pres- so' di noi alcuna edizione ne recente né antica. Pubblicato, secondo il Voigt (1) nel 1431 o 1432, secondo il Ramorino (2) nel 1426, e sencondo il Sabbadini (3) che meglio approfondì l'argomento nel 1425, questa raccolta scandalosa di epigram- mi latini scritti secondo il gusto di Marziale e dei prlapei, documento storico della scostumatezza dei tempi, dopo le lodi sperticate che ebbe al suo apparire, fu condannato dal concilio di Costanza, esecrato per opera di Bernardino di Sie- na e di Roberto di Lecce e abbrucciato sulle pubbliche piazze di Ferrara, Bologna, Milano. Per questo autodafé e per le diatribe suscitate il libro divenne rarissimo e rimase sepol- to nelle biblioteche. Nel 1791 Mercier de Saint-Léger trovò un manoscritto dell'Ermafrodito nella Biblioteca Reale di Parigi e ne curò la prima edizione (4); una seconda ne fu fatta dal Forberg nel 1824, secondo un manoscritto trovato nella biblioteca di Meuselbourg; un'altra, alquanto scorret- ta, fu curata in Francia nel 1914. Presso di noi, che io sap- pia, non fu mai edito né tradotto; noi abbiamo tentato di farlo, e nella forma meno sguaiata che ci fu possibile, a com-


(i) VoiGT Giorgio. Il rinascimento dell'antichità classica (trad. da D. Valbusa) Firenze, Sansoni, 1888-90.

(2) F. Ramorino. Contributo alla storia di Antonio Becca- delli. (139-1-1471)5 Palermo, 1-883.

(3) R. Sabbadini. Notizie sulla vita e gli scritti di alcuni dotti umanisti del sec. XV in Giorn. Stor. della Leti. ital. 1885 p. 169 segg. e anche 190Ó p. 29. Vedi inoltre del Sabbadini : La scuola e gli studi di Guarino Veronese ^ Catania, 1896 e L. Ba- Rozzi^ R. Sabbadini : Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze, 1891 ; cfr. inoltre: BURkARDT JACOPO: La civiltà nel secolo del rinascimento in Italia (trad. da D. Valbusa) Firenze, Sansoni 1876; E. Gebhart^ Les origines de la Renaissance en Italie, P.i- ris, 1879; Geiser L. Rinascimento e umanesimo in Italia e in Gervìania (trad. da D. Valbusa) Milano, Vallardi, 1891 e V. Rossi, // quaVrocento. Milano, Vallardi, 1899 p. 82 r-egg.

(4) Quiuque illustriutn foelarum, Ant. Panormitce, Ramu- sii Ariminensis, Pacifici Afaritni Asculani. Jo. Joviani Pontani, Jo. Secundi Hagiensis, Lusus in Venerem, fartim ex codicibus marni scriptis mine fr inumi editi. Partsiis, prostat ad Pistrinum^ tn Vico Suavi (Parigi, Molin, rue Mignon) MDCCXCI, in-8^


prov« Sella corruzione del tempo e per correggere in parte il giudizio troppo Lenevolc che di Cosimo de' Medici fu dato. Un uomo che accetta la dedica dell'Ermafrodito è certo una persona moialmenle bacata e vien voglia di dar ragione al Filelfo il quale di Cosimo lasciò un ritratto poco lusinghiero. Narra il FilcUo in una orazione che si conserva in un codice membranaceo in-8 dell'Ambrosiana di Milano, v. 10. sup., col titolo: Francisci Phileìphi orationum in Cosmum Medì- cum ad exules opti;nate<; florentinos liber pr^mus, che comin- cia con ìe parole: 5i grav^ss-mus quidem hunc vesìrum ve- siraeque reipuhlicae , che Cosimo non ebbe né benevo- lenza né autorità e che spendeva le sostanze mal acquistate con la gente perversa. Cosimo, dice, ha molti fautori: e chi sono? La feccia: fornai, carbonai, ruffiani. Egli sciupa Io sue sostanze co' suoi aleaioribus, adulteris, helluonibus, ne- potibus, lenonibus, impuris scortis et impudicissimis pue- ris e d'averlo visto egli stesso mischiarsi con fanciulli in o- sceni amori. Cosimo, sempre secondo il Filelfo, non ha nes- suna delle doti morali che rendono autorevole un uomo e nemmeno le qualità coiporali. Aveva un color mustelino, la barba rada, occhi tiimentes et soccrocei, la bocca ch'era ima sentina, naso profliiens, faccia bovina, complessione malsa- na. Conclude che non poteva ricevere autorità dalla sua ori- gine e che le ricchezze accumulate eran frutto di estorsioni e Io prova narrando vari fatti e fra altri l'avvelenamento di papa Giovanni XXIII il quale avrebbe depositato presso di lui centomila scudi e dopo la morte, avendo Cosimo fatto falsificare i libri, risultava debitore di diecimila. Indi si sof- ferma a narrare i perversi costumi di quest'uomo che la sto- ria disse padre della patria, e che meriterebbe ben altro no- me. A Cosimo dunque, più che a nessuno altro, conveniva la dedica dell'Ermafrodito.

Il Beccadelli, scrittore elegantissimo di latino, ma che macchiò il suo nome con questo laido libretto, morì nel 1471, e lasciò di sé questo epitafìo:

Quaerite, Pierides, alium qui ploret Amores,


i.0

Quaerh'e qui regum ferirà facta canal. Me pater ille ingens, hominum sator et redemptor, Evocai et sedcs donai adire pias. (Cercale, o j\]use, un altro che pianga i vostri amori, cercale un altro che canti le grandi imprese dei re. Il Padre onnipotente creatore e redentore degli uomini mi chiama e mi concede d'entrare nel suo pio soggiorno). Pare da questo epigramma che l'autore fosse pentito dell'opera precedente e della vita scostumata. Se dobbiamo credere alle sue parole la vita sua sarebbe stata onesta anche in mezzo ai corrotti costumi, del che però è lecito dubitare.

Angelo Ottolini.

LIBELLUS PRIMUS

AD COSMUM FLORENTÌNUM

EX ILLUSTRI PROGENIE MEDICORUM VIRUM GLARI8SIMUM, QUOD SPRETO VULGO LIBELLUM JEQVO ANIMO LEGAT, QUAMVIS LA- SCIVUM, ET SEGUM UNA PRISGOS VIROS IMITETUR.

Si vacat a patrii cura studioqne senatus,

Quidquid id est, placido lumine, Cosme, legas. Eiicit hoc cuivis tristi rigidoque cachinnos,

Cuique vel Hippolyto concitat inguen opus. Hac quoque parte sequor doctos veteresque Poetas,

Quos etiam iusus composuisse liquet, Quos et peispicuum est vitam vixisse pudicam,

Si l'uit obsceni piena tabella joci. Id latet ignarum vulgus, cui nulla priores

Visere, suo ventri dedita cura fuit, Cujus et hos Iusus nostros inscitia carpet.

Oh ita siti Doctis irreprehensus ero. Tu lege, tuque rudem nihili fac, Cosme, popellum,

Tu mecum aeternos ipse sequare viros.


L'ERMAFRODITO


LIBRO PRIMO


A COSIMO FIORENTINO


EMINENTE UOMO DELL'ILLUSTRE FAMIGLIA DE' MEDICI, PERCHÈ, AMANTE DELLA LINGUA DOTTA, LEGGA SERENAMENTE QUESTO LI- BRO, CHE, SEBBEN LASCIVO, IMITA ANCHE GLI ESEMPI De' PRISCI AVI

Cosimo, se sei libero delle cure della patria e delle brighe del senato, leggi con tranquillità questo libretto, co- munque esso sia. Esso risveglierà il riso in chiunque, anche al più afflitto e più rigido e anche ad Ippolito solleticherà i sensi. In questo io seguo i dotti e vecchi poeti che si com- piacquero di scrivere scherzi e pur facendo una vita morige- rata riempirono le loro carte di lubriche parole. Ciò non sa l'indotto volgo che non si cura di conoscere gli antichi, dedi- to solo al ventre e per la sua inscienza riprenderà i miei det- ti. Oh! sia pure. Non sarò ripreso dai dotti. Tu leggi, o Cosi- mo; non far conto dell'ignorante volgo e con me segui l'e- sempio dei poeti immortali.


14


II

AD SEMETIPSUM LOQUITUR ET RESPONDET

Cosmus habet dios et lectitat usque Poetas: Quid sludium turbas, rauce poeta, suum?

— Cosmus habet lautas epulas : quid oluscula coenat? Una quidem ratio est et studii et stomachi.

ni

AD COSMUM, VIRUM CLARISSIMUM, DE LIBRI TITULO

Si titulum 1-oslri legisti, Cosme, libelli,

Marginibus primis Hermaphrodilus erat. Cunnus et est nostro simul est et mentula libro;

Conveniens igilur quam bene nomen habet. At si Pcdicem vocites, quod podice canlet,

Non ìnconveniens nomen habebit adhuc. Quod si non placcai nomen, nec et hoc, nec et illud,

Dummodo non castum, pone quod ipse velis.


IV


AD MATRONAS ET VlRGINES CASTAS

Quaeque ades, exhortor, procul bine, Matrona, recede: Quaeque ades, bine pariter, virgo pudica, fuga.

Exuor, en bracis jam prosilit inguen apertis, Et mea permulto Musa sepulta mero est.

Stet, legat et laudai versus Nichina procaces, Adsueta et nudos Ursa videre viros.


II


PARLA E RISPONDE A SE STESSO


Cosimo ha divini poeti e li va leggendo anche: Perchè, o rauco poeta, turbi i suoi studi? — Cosimo ha lauti ban- chetti: perchè mangia legumi? La stessa ragione regola i

studi e il suo stomaco.


Ili

A COSIMO, ILLUSTRE CITTADINO, INTORNO AL TITOLO DEL LIBRO

Se, o Cosimo, hai letto il titolo del mio libro, sulla pri- ma pagina avrai visto che sta scritto Ermafrodito. V'è nel nostro libro insieme e fesso e membro e il titolo è dunque ben appropriato. Se lo chiami Podice, poiché tratta del po- dice, avrà un nome non del tutto corrispondente. Se poi non piace, ne questo ne quel nome, chiamalo come vuoi ma non dargli un nome casto.


IV


ALLE MATRONE E ALLE CASTE VERGINI

Stattene lontano di qui, o Matrona, t^ ne prego, chiun- que tu sia; e parimenti tu, pudica vergine, vattene. Io mi slaccio e mi spoglio e la mia musa è soprafatta dalle molta libazioni. Rimanga Nichina e legga e lodi i versi procaci, essa è abituata, come Orsa, a vedere gli uomini in veste a- damitica.


le


DE UBSA SUPERINCUBANTE

Quum mea \ult futui superincubat Urea priapo;

Ipse suas partes subtineo, illa meas. Si juvat, Ursa, vehi, moveas clunemque femurque

Parcius, aut inguen non tolerabit onus. Deinde cave reduci repetas ne podice penem:

Qaamvis, Ursa, velis, non mea virga volet.

VI

DE CORVIiVO, VINUM ACCURATE CUSTODIENTE, NON UXOREM

Coivinus vegetem custodii clave seraque, Non cohibet cunnum conjugis illa sera.

Zelotypus vegetis, cunni sed prodigus ille est; Haustu nam cunnus non perit, illa perit.

VII

EPITAPHIUM PEGASI, CLAUDI P.EDIC0NI3

Si vis scire meum nomen votumque, viator,

Pegasus hac ego sum claudus humatus humo. Vota deinde scias, nomen quum sciveris; audi:

Sic desiderio tu potiare tuo. Quum pathicum quemquam paedicaturus ephebmn es,

Illud in hac tumba, quseso, viator agas, Atque ita mi animas coitu, non thure, piato,

Scilicet hanc requiem manibus, oro, dato. Hoc apud infemas genus est leniminis umbras

Praecipuum; prisci sic statuere patres,


17


DI ORSA MONTATA A CAVALLO

Quando la mia Orsa vuol divertirsi mi monta a cavallo: io sostengo il suo peso ed essa il mio. Se ti piace, Orsa, di esser a cavallo, sprona dolcemente e dimena l'anche, se no Priapo piegherà sotto il peso. Bada poi di non richiedere di rinnovar la corsa: se anche tu. Orsa, lo volessi, io non lo potrei volendolo.


VI


DI CORVINO CHE CUSTODISCE CON CURA IL SUO VINO E NON SUA

MOGLIE

Corvino tiene sotto chiave e con serratura la sua botte e non chiude con serratura il giardino di sua moglie. Guar- dingo della botte è prodigo di sua moglie poiché le bellez- ze di sua moglie non si esauriscono, ma la botte si vuota.


VII


EPITAFFIO DI PEr.ASO, SODOMITA SCIANCATG

Se vuoi, o viandante, conoscere il mio nome e la mia natura, sappi che io fui Pegaso lo sciancato. Dacché ne hai saputo il nome sappi anche qual fu la mia natura; così po- trai soddisfare il tuo desiderio. Quando stai per sodomitare un lascivo giovanetto, conducilo, di grazia, su questa tomba, o viandante, e con questa unione, non con incenso, appaga il mio animo, dà tregua ai miei mani, te ne prego. Questo è per le ombre infernali suprema dolcezza; così stabilirono


18


Quippe iU ChiTOnis cineres placabat Achille», Sensit et hoc podex, flave Patrocle tuus,

Gnovit Hylas patrio percisus ab Hercule busto. Tu mihi majores quod docuere lita.


Vili


DB URSiE TENTIGINE ET NASO


Si multus multae est nasus tentiginis index, Ursae tentigo tenditur usque pedes.

Quin si multa ampli nasi tentigo sit index, Nasus ad usque tuum tenditur, Ursa, genu.


IX


AD CORNUTUM RESPONDET QUARE RELICTA ETRURIA TRISTIOR SIT

Quaeris ab unanimi, dulcis Cornute, sodali,

Cur videar lieta tristior Etruria, Cui" lusus abiere jocique, et pallor in ore est.

Muta quid heic subito f.acta Thalia mea est. Pene potens agit heic Gallus, qui cruscula solus

Quaeque velit, solus basia quoque velit. Is sibi habet quodcunque natis vii podicis urbe est,

Quidquid et e Tuscis aut aliunde venit. Mumera dat, Croeso numniato qualia sat sint;

Muneribus blandas adjicit illecebras. Inde edicta suis scribit quasi praetor ephebis:

« Ne sine te tangi, ne sine te subigi. » Non potes ergo loqui puero ni indulg^at ille;

Ni velit is, puero non potes ipse frui.


19

i prischi padri, poiché cosi placava Achille le ceneri di Chi«  rone, e lo sapesti tu, biondo Patroclo, lo seppe Ila ucciso da Ercole sul sepolcro del padre. Tu dimjiug sacrifica come stabilirono i nostri antenati.


vin


DELLA LIBIDINE DI ORSA E DEL SUO NASO

Se un grosso naso è indice di molta libidine, la libidine di Orsa si stende fino ai piedi. Ma se la molta libidine è in- dice di im grosso naso, il tuo naso. Orsa, deve aiTÌvari;i fino ai ginocchi.


IX


A cornuto: gli dice per qual motivo è assai triste dacché

HA LASCLÌTO l'eTRURU

A tutti i compagni, tu chiedi, o caro Cornuto, perchè io sia si triste dacché lasciai l'Etruria; perchè i giuochi e il riso se ne sono andati, regna il pallore sulla mia bocca e la mia Talia s'è improvvisamente fatta muta. E' quasi onnipo- tente il Gallo, egli solo ottiene i favori e i baci che vuole. E- gli si ha tutti ì fessi della città e quelli che vengono dalla To- scana e altrove. Egli paga profimiatamente, come s'addice a un ricco Creso, e aggiunge ai doni piacevoli vezzi. Quindi, come un pretore, prescrive ai suoi efebi : « Non lasciarti toc- care, non lasciarti solcare » . Non puoi adunque accostarti a Bn fanciullo, se egli non lo consente; se egli non vuole, tu


20


Tu centra ingenuas mulieres, tu quoque servas,

Tuve bonas vexas inguine, tuve malas. Vix tibi quse natum sacro de fonte levavit,

Vix sacra, vixque soror, vix tua tuta pa^en^, Tu futuis viduas, futuis nuptasque maritasve,

Et tibi vis cunni quidquid in urbe manet. Tu tibi vis igitur tota quid mingit in urbe :

Ille sibi tota quidquit in urbe cacat. Et mihi quin etiam jam constat mentula, qualem

Qui superat, certe non homo, mulus erit. Et mihi nimirum Constant viresque vicesque,

Quales qui vincit, non homo, passer erit. Cur mihi non igitur futucndi copia fiat?

Nec si quse coleos hauriat ulla meos? Quare agedum nobis de partis cede puellam

Aut unam, aut unam tu mihi quaere novam. Tunc me conspicias laetum laufumque licebit,

Candida tunc pulchrum nostra Thalia ca\iet.


IN MATTmAM LUPIUM, CLAUDUM MALEDICUM

Nescio quis nostram fertur carpsisse Camenam;

Si non decipior, Lupius ille fuit. Illa sibi solita est nimium lasciva videri;

Confiteor, vitae congruit ergo suae. Est vir obscenus, nostrae est lascivia Musae;

Illa levis versu, moribus ille levis. Adde quod id monstri pedibus non ambulai aequis,

Iniparibus constat nostra Camcna modis. Si cu^pat versus, el se culpare nccessc est:

Si sapis cìgo, tace, prodigiose scnex.


21


jiuii puoi goderli un fanciullo. Tu al contrario puoi solo ser- virli di donne libere o sei ve in buono o in cattivo stato. A.p- pcna quella che ti tenne il figlio al fonte battesimale ti sarà sacra e come sorella e come madre, tu puoi goderti ve- do\e e maritale e tutte le nature che sonvi in città. Ma a te è lecito usare solo de' fessi anteriori, a lui Bolo son riservati i posteriori. Il mio membro è in un stato tale che solo un mulo, non un uomo, lo supera; i miei sforzi e i miei deside- ri son tali che chi ne ha di più non è un uomo, ma un passe- ro. Perchè dunque non mi è dato di sfogarmi per bene? nò v'è una donna che m'accarezzi i baccelli? Per la qua! cosa ca- dimi qualcuna delle tue ragazze, o cercamene una nuova. Allora tu mi vedrai lieto e di buon umore, allora la mia can- dida Talia canterà per bene.


X

A MATTIA LUPI, ZOPPO MALEDICO

Non so chi abbia sparlato della nostra musa; se non er- ro fu Lupi. A lui sembra che sia troppo lasciva; confesso che corrisponde alla sua vita. Egli è un uomo osceno e la nostra musa è lasciva; egli è di leggeri costumi e questa è di versi leggeri. Aggiungi che costui non cammina su piedi eguali a che pur la nostra musa consta di versi impari. Se incolpa i mici versi, deve incolpar se stesso; ma se sei saggio, taci, o mostruoso vecchio.


Xi


IN EUNDEM LORIPEDEM


Die mihi, cur longo, Lupi, vestiris amictu;

An vitium surae vis operire toga? Nil agis, o demens, humeri, latera atque moventur,

Ut tumida nullo remige lembus aqua.


XII

IN MAMURIANUM, POSTREMìB TURPITUDINI8 VIRUM

Si tot habes scapula penes, quot sorpseris ano, Et perfers, vincis, Mamuriane, boves.

XIII

LBPIDINUS AB AUCTORE QU/ERIT, CUR QOI SEMEL PiEDICARE COEPERIT HAUDQUAQUAM DESISTIT

Cur qui paedicat semel, aut semel irrumat, auctor

Nugarum, nunquam dedidicisse potest? Immo Brito et bardus, quum vix gustaverit, ullro

Certat in hoc ipso vincere amore Senas. Parthenope Gallis cedit, Florentia Cimbris,

Si semel bis puerum sors tetigisse dcdit. Sic qui forte mares semel inclinaverit, idem

Haud facinus coeptum destituisse potest.


XI


CONTRO LO STESSO ZOPPO


Dimmi, o Lupi, perchè porti un abito lungo; vuoi for- se nascondere sotto la toga il di tetto della tua gamba? E' i- nutile, o stolto, i tuoi omeri e i tuoi fianclii si muovono co- me una barca senza rematori su l'onda agitata.


XII


CONTRO MAMORIANO, UOMO DELLA PEGGIOR SPECIE

Se tu avessi sulle spalle tanti biscari quanti ne prende- sti e li portassi, tu saresti piiì forte d'un bue, o Mamoriano.


xm


LEPIDINO CHIEDE ALL 'AUTORE PERCHÈ CHI UNA VOLTA s'È RESO SODOMITA PIÙ NON SI ASTIENE

Perchè, o cantor di scherzi, chi una volta si rende o fa il sodomita, non la smette pi il? Un bretone, anche grossola- no, appena l'ha provato, cerca in questo genere d'amore di gareggiar con Siena. Napoli la cede ai Galli, Firenze eì Cim- bri se il caso dà ad essi un fanciullo a modo. Chi una volta ba coniugato maschi non se ne può più astenere.


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XIV

IN LENTULUM MOLLEM, ELATUM ET POSTREMìB TURPITUDINIS VIRUM

Solus habes nummos, et solus, Lentule, libros, Sol US habos pueros, pallia solus habes,

Solus et ingenium, cor solus, solus amicos, Unum si demas, omnia solus habes.

Hoc unum est podex, quem non tibi, Lentule, solus, Sed quem cum populo, Lentule mollis, hab^.


XV

AD LEPIDINUM RESPONSI©, ET QUARB URSUS CAUDA GARBT

Accipe ridiculam, dulcis Lepidine, fabellam,

Et quae quod poscis dissoluisse queat. Fertur ab horticola divam quaesisse Priapo,

Seu Venus in dubio est, seu dea Flora fuit, Cur, quum valentur quasi quaeque animalia cauda,

Ursus non cauda membra pudenta tegat? Ille refert, escam cupide dum quaereret ursus,

In tempestivos incidit ille favos, Nec comedit primum, licet ipse famelicus esset, r

Quandoquidem merdas credidit esse favos. At stimulante fame mox hgeret, libat et instai, I

Mei sapit, et tandem non edit, immo vorat. Rusticus advortit, properat, strepit; ursus obaudit,

Rusticus is custos mellis et Argus erat.


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xjy


CONTRO L EFFEMINATO LENTULO, COMO DI Ai.rC RAWGO E DI TURPI COSTUMI

Tu da solo hai denari, tu da solo hai libri, o Lentulo; tu da solo hai fanciulli, tu da solo hai vesti; tu da solo hai ingegno e cuore e amici; anche se te ne manca uno, tu da solo hai tutto. Solo il tuo pod'ce non hai da solo, o Lentu- lo, quello l'hai in comune con tutto il popolo, o effemina- to Lentulo.


XV


RISPOSTA A LEPIDINO E PERCHE L ORSO NON HA CODA

Ascolta, caro Lepidino, la ridicola favola che forse t'in- segnerà ciò che desideri sapere. Si dice che una dea abbia chiesto a un rustico Priapo, non si sa se sia stata Venere o la dea Flora, perchè, mentre tutti gli altri animali hanno la coda, l'orso non copra con la coda le parti vergognose. Pria- po rispose che, cercando l'orso avidamente da mangiare si imbattè casualmente in favi di miele; da prima sdegnò man- giarne, benché famelico, credendo che quel miele fosse e- scremento umano. Ma stimolato dalla fame gli s'accosta 6 l'assaggia, gusta il miele e infine non lo mangia ma lo di- vora. Un contadino lo vede, gli s'avvicina, strepita; l'orso non sente. Il rustico custode del miele era Argo. Questi pren-


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Denique robusti cauda subnititur urei,

Et frahit, ille novo non trahit ora cibo. Pauperlem timet liic, timet hic de melle moveri,

Ille suo perstat proposito, ille suo. Verum adeo trahit hic, adco hic confrarius obstat,

Manserit ut stupida cauda revolsa manu. .. Hic deus hortorum, dum subdere plura pararetj

Arrigit, et pepulit mentula tenta Deam.


XVI


LAUS ALD;B

Aldaì oculi legere domum Charitesque Venusquo,

Ridct et in labiis ipse Cupido suis. Non mingit, verum si mingit balsama mingit;

Non cacat, aut violas si cacat Alda cacat.

XVII

AD CORYUONEM, ARDENTEM QUINTIUM, TUnPEM ET DEFORMEM PUERUM

Quintius is, Corydon, quem vesanissime flagras,

Slccior est cornu, pallidiorque croco. Aridus in venis extat prò sanguine pulvis,

Deque suo gracili corpore sudor abcst. vEthiopi perhibcnt gens concubisse parentem,

Atque ideo gnatos edidit illa nigros. Si risum elicias, rictum inspicies sibi, qualem

Prodit in aìstivo tempere cunnus equai. Si buccam olfacias, culum olfecisse putabis,

Verum etiam culus niundior ore suo est. Hentula perpetuo tibi quam contrada jacebit,

Tu sibi dumlaxat basia fige sem«l. I procul bine, Quinti, foedum putensque lupanar,

Atque alio quovis ista vencna feras.


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eie la robusta coda dell'orso e tira, quello non leva neppure U muso dal nuovo cibo. L'uno teme d'esser rovinato, l'altro teme d'esser rimosso dal miele; l'uno e l'altro persiste nel proprio proposito. L'uno tira, l'altro al contrario resiste, finché ecco che n^eravigliato egli si trova la coda staccata in mano... Questo dio degli orti si preparava a dir di più ma si alzò il suo fratellino e fece scappar la dea.


XVI

LODE DI ALDA

Le grazie e Venere presero per dimora gli occhi d'Al- da, sulle sue labbra ride Cupido in persona. Essa non min- ge o se minge minge balsami; essa non evacua o se evacua evacua viole.

XVII

A CORIDONE AMANTE DI QUINZIO, TURPE E DEFORME RAGAZZO

Questo Quinzio, o Coridone, per cui tu bruci d'insano amore, è più secco d'un corno e più giallo del croco. In- vece del sangue ha nelle vene arida polvere, dal suo gracile corpo esula il sudore. Sì dice che degli Etiopi abbian go- duto sua madre e così ne sian nati figli neri. Se tu provo- chi il suo riso gli vedrai una bocca simile alla natura d'una cavalla in estate. Se gli fiuti la bocca, crederai di fiutare un ano, ma anche l'ano è più mondo della sua bocca. II tuo fratellino rimarrà sempre a capo basso se anche una volta sola tu Io avrai a baciare. Vattene lontano, o Quinzio, da questo fetido e turpe lupanare; cerca piaceri dovunque vuoi,


Quis numeret, quot hians absorpserit inguina podex Quot naves Siculo littore Scylla voret?

Ipse palam patitur, pudet heu, muliebria cuivis, Ipse palam tota prostat in urbe puer.

Qui puerum hunc agitur quit pajdicare, profecto Is poterit rigidas supposuisse feras.


XVIII

IN HODUM MORPACEM

Hodus ait nostrani vitam non esse pudicam:

E scriptis mentem concipit ille meis. Non debet teneros Hodus legisse Catullos,

Non vidit penem, verpe Priape, tuum. Quod decuit Marcos, quod Marsos, quodve Pedones,

Denique quod cunctos, num mihi turpe putem? Me sine cum tantis simul una errare poetis,

Et tu cum vulgo crede quid, Hode, velis.


XIX

AD BAPTISTAM ALBERT UM, DE URS,E LUXURIA

Comis es, et totus pulcher totusque facetus,

Litteribus totus dcditus ingenuis. Atque Albertorum darò de sanguine cretus

Nec morum quisquam est nobilitate prior. Quum placeas cunctis raris prò dotibus, idem

Tu mihi prò vera simplicitate places. Veridicus cum sis et apertae frontis amicus,


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altrove. Chi potrà contare quanti il suo insaziabile podice ne ha presi e quante navi ha inghiottito Scilla nel siculo mare? Egli prende palesamente, vergogna, tutto ciò che prende u- na donna, e palesament© questo ragazzo si prostituisce a tut- ta la città. Chi cerca di sottoporsi questo ragazzo, potrebbe certamente assoggettarsi le rigide fiere.


XVIII

CONTRO IL MORDACE ODO

Odo dice che la mia vita non è pudica: questa idea egli concepisce dai miei scritti. Odo non deve aver letto il tenero Catullo, né certo vide te, o circonciso Priapo. Perchè dovrò ritener per me turpe ciò che non lo tu per Marco, per Mar- 60, per i Pedoni e per tutti gli altri? Lascia che io abbia ad errare insieme con tanti altri poeti, tu, o Odo, credi, col volgo, ciò che vuoi.


XIX

A BATTISTA ALBERTI, INTORNO ALLA IMPUDICIZIA DI ORSA

Tu sei compagno piacevole, bellissimo, faceto e lutto dedito alle libere lettere. Nato dall'illustre sangue degli Al- berti nessuno ti è superiore per nobiltà di costumi, lu piaci a tutti per le rare doti e a me tu piaci per la franca since- rità. Poiché tu sei veridico e amico che porta la fronte alta,


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In parili nostro casmate die quid agas. Si mihi sint epulae totidem, quot in alite plimiss,

Uno luxuriens has edet Ursa die. Si mihi sint totidem vegetes, quot in aBquore pisces,

Uno subsitiens ebibet Ursa die. Si mi Ili sint totidem loculi, quot littore arenae,

Ho6 omnes uno depleat Ursa die. Si mihi sint totidem libri, quot in aere pennae,

Hos omnes uno foencrat Ursa die. Si mihi sint totidem p ries, quot in arbore rami,

Hos omnes uno sorboat Ursa die. Denique si nasis essem, Baptista, refertus,

Hos foetore omnes imbuot Ursa die.


XX

AD QUINCTIUM, QUOMODO POSSIT ARRIGBRB

Ad non dilectas, Quincti, tibi mentula tenta est;

Si tibi jucunda est, non potes arrigere. Qui vult posse, suum digitos intrudat in anum^

Sic perhibent Helenae consuevisse Parim.


XXI


EriTAPHIUM HORJECTAE, SENENSIS PUELLAE BELLIS8IMAB AC MORATISSIM^

Po^tquam marmoreo jacet hoc Horjecta sepulcro, Ipsa DeuiM crrdam numina posse mori.

Non fuit absimilis forma aut virtutibus ipsis C.'celitibus, Sena? gloria magna suae.


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dì che tu faresti in un caso simile al mio. Se io avessi tanti cibi quante sono le piume di un uccello, la lussuriosa Orsa me li mangerebbe in un sol giorno . Se io avessi tante botti quanti sono i pesci nel mare, l'assetata Orsa li berrebbe in un sol giorno. S'io avessi tante casette quanti i granelli d'a- rena sul lido, Orsa in un sol giorno le spoglierebbe tutte. Se io avessi tanti libri quante son le penne nell'aria. Or- sa in un sol giorno li darebbe a usura; se io avessi tan& pinci quanti sono i rami degli alberi. Orsa in un sol giorno li scrollerebbe tutti; se infine avessi, o Battista, nasi in tut- to il oorpo, Orsa in un sol giorno li empirebbe tutti del suo fetore.


XX

A QUINZIO, COME POSSA PROCURARSI l'eREZIONB

La tua verga è tesa, per quello che non ami, o Quinzio, ma se qualcuna ti piace non la puoi drizzare. Chi lo vuole ai metta un dito nell'ano; così soleva lar Paride con Elena.


XXI


EPITAFFIO D ORIETTA BELLISSIMA E PUDICISSIMA FANCIULLA

SENESE

Dacché giace sotto questo marmoreo sepolcro Orietta, credo che anche lo spirito degli dei possa morire. Per bellez- za e per virtij non fu dissimile agli stessi celesti, ed essa fa grande gloria di Siena. Oh! né la probità né la bellez-


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Heu ben non probitas, species aut unica quemquam

Abs inclementi demere Morte potest. Quod si Clara Deos faciat mortalia virtus

Corpora, si coelum simplicibus pateat, Non dubitem, per vim modo non sibi jura negentur,

Dejiciet supera sede puella Jovem.


XXII

EPITAPHIUM BAPTIST.^ VIRGUNCULAE SORORIS HORJECTAE

Hic tumulus longe tumulo fclicior omni

Baptistae auricomte virginis ossa tegit. Dulciter hoec agili pulsabat cymbala dextra,

Mov't et artifìces saltibus apta pedes. Omnibus et cantu plusquam Philomela placebat,

Matre quidem pulcra pulcrior illa fuit Indolis egregiae minimo prò errore rubebat,

Sparsa rubore plaoens, fusa robure decens. Quum satis haec fecit naturae luce suprema,

Transierat vitae vix duo lustra suae.


XXIII

AD MATTHIAM LUPIUM, GRAMMATICUM

Annua publicitus tibi larga pecunia, Lupi, Solvitur; et pueris quot legis ipse? tribus.


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za unica al mondo può sottrarre alcuno alla spietata morte. Ma se la specchiata \'irlù può mutare i corpi mortali in dei, se il cielo è aperto agli innocenti, non dubito che, se non si violano i suoi diritti, la vergine abbia a cacciar Giove dalla superba sede.


XXII


EPITAFFIO DI BATTISTA, VERGINE SORELLA DI ORIETTA

Questo tumulo, ben più felice di ogni altro tumulo, rac- chiude le ossa di Battista vergine di auree chiome. Dolcemen- te coli 'agile destra agitava i cembali e atta alla danza moveva leggera i piedi. A tutti anche pel canto più che Filomela pia- ceva; più della bella madre ella fu bella, di delicata indole, per il minimo sbaglio arrossiva, piacente era p?r Io sparso rossore, bella per la diffusa forza. Quando compì il suo giorno supre- mo aveva appena trascorso due lustri di vita.


XXIII

A MATTIA LUPI, GRAMMATICO


Per autorità pil^tilica, ti sono dati annualmente, o Lu- pi, larghi tributi; e a quanti fanciulli insegni? A tre.


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XXIV

IN EUNDBM LITTERARUM IGNARUM

Inde tui libri sunt, inde scientia, Lupi; Qui non desipiat, mallet habere libro»,

XXV

AD MINUM, QUOD LIBELLUM CASTRARE NOLIT

Mine, mones nostro demam de cannine penem. Carmina sic cunctis posse piacere putas.

Mine, meum certe nolim castrare libellum: Phoebus habet penem, Calliopeque ieniur,

XXVI

IN MATTHIAM LUPIUM PyEDICONEM

Ergo tua. Lupi, si pascitur Hisbo culina, Cur non obsequitur jussibus ille tuis?

Etsi grammatica instituas hunc arte magister, Cur tibi dat tenera verbera crebra manu?

Nescio Tiresiae sortes, nec haruspicis artes, Sed conjectura hoc et ratione scio.

XXVII

AD SANCTIUM BALLUM, VERSUUM SUORUM CULTOREM

Sancii, nugarum lector studiose mearum, Cui plus quam satis est nostra Camena placet.

Desine mirari versus, quo» inter edendum Edimus, aut hora carmina lusa brevi.


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XXIY

OONTRO LO STESSO IGNARO DELLB LlBTTERB

Dove sono i tuoi libri, là è la tua scienza, o Lupi; chi non è stolto, preferisce avere i libri.

XXV

A MINO PERCnÈ NON VOGLIA CASTRARE IL SUO LIBRO

Mino, tu vuoi ch'io castri i miei versi, così stimi possa*» no piacere a tutti. Mino, io non voglio certo castrare il mio libro : Febo ha il brando e Calliope il fodero.


XXVI

CONTRO IL SODOMITA MATTIA LUPI

Se, o Lupi, Isbo mangia nella tua cucina, perchè non obbedisce ai tuoi comandi? Se tu, qual maestro, gl'insegni la grammatica, perchè ti batte spesso la tenera mano? Io non conosco gli oracoli di Tiresia né l'arte degli aruspici ma per coiìgettura e per ragione conosco l'una e l'altra cosa.


XXVII

A SANZIO BALLO, AMMIRATORE DE* SUOI VERSI

Sanzio, aa^siduo lettor»? de' miei versi, a cui più di quan- to conviene piace la mia musa, lascia d'ammirare 1 versi che compon^jo intanto che mango, versi capricciosi d'una bre- ve ora. Tu sei testimonio che quando mi fisso troppo su un


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Testìs es, ut, quum jam versu defixior essem,

E digitis calamos subtrahat Ursa meis; Carmina, jam gnosti, strepi tu persaeque foroque

Condita sint medio, qualiacunque legis. Quum platea dubius peterem verbumque locumquo,

Factus sum monitu oertior ipse tuo. Venim adeo longe me diligis, ut libi vatis

Thraicii videar concinuisse lyra. Si qua tamen nostrae dederit sors otia pennae.

Et me tranquilla scribere mente sinat, Est animo, versus, quos nulla obliteret aetas,

Confìcere, ingenii ni mihi vana Fides. Interea felix et amans, mi Balle, valete,

Fiant et Parcae ferrea fila tuaB, Et tua crudelis deponat Masia fastus,

Atque utinam folix, compatriota, valel


XXVIII

LAURIDIUS AD AUCTOKEM DE FLAGUANTISSIMO AMORE 8UO

Me vexat Perusinus amor, vinci Ique Senensem, Heu capit, heu vexat me Perusinus amor.

Collibeat summo proles Perusina Tonanti, Grata foret superis stirps Perusina Deis.

Carolus insignis forma natoque decore Me tenet, et tenero sub pede colla premit.

XXIX

AD LAUR'niUM RE<PO\SIO DE AMORI' SUO

Ut lubeat Perusinus amore te verset et angat, Me mea Senensis Lucia nympha capit.


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verso, Orsa mi toglie la penna dalle mani. Tu già lo sai, i miei versi furon spesso composti Ira lo strepito o nel foro, tu leggili come sono. Quando per la strada io assorto cerca- va una parola o una frase fui da ie richiamato a me stesso. Ma tu mi ami talmente che ti sembra ch'abbia cantato con la lira d'Orfeo. Se tuttavia la sorte darà alla mia penna qual- che conforto e mi permetterà di scrivere con tranquilla mon- te, io voglio far de' versi che sfidino il tempo, se non è fal- lace la fiducia che ho del mio ingegno. Frattanto vivi felice e beato, o mio Ballo; filino per te le Parche fili di ferro e la tua crudele Masia deponga la sua superbia. Addio, vivi feli- ce, mio compatriota.


XXVIII

LAURimO PARTECIPA ALL 'AUTORE IL SUO ARDENTISSIMO AMORB

Un amore sorto a Perugia mi travaglia e mi fa dimen- ticare il Senese. Ahimè! un amore perugino mi prende e mi travaglia. Possa la prole perugina piacere al sommo Giove, grata sarebbe la stirpe perugina ai supremi dei. Carlo, insi- gne per la bellezza e per la sua grazia naturale mi possiede e col suo tenero piede preme il mio collo.


XXIX

A LAURIDIO, RISPOSTA AL SOGGETTO DEL SUO AMORE

Tu un amore perugino ti domina e ti travaglia come vuole, io son preso dalla mia Lucia, ninfa senese. A te e ai


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Gens tibi gensque Jovi placcai Penisina superno, Me mea dumtaxat nympha Senensis amet.

Nil mortale tenet, Divas et moribus aequat Et specie, et Jovis hscc digna rapina foret.


XXX

SENA CIVITAS ETRURIìE LOQUITUR, ET JOVEM ORAT

UT SALTEM SIBI NYMPHAM

SERVET MORTALITATIS EXPERTEM

Jupiter, omnipotens et clementissime Dirum,

Exaudi fundit quas tua Sena preces, Justa precor, justas audi, justissime, voces

Urbis, et oh miserae commiseresce, Deusl Postquam me aflligi tantorum morte virorum

Et nuruum placuit, vivai alumna precor. Vivai alumna precor, quam scis prolixius unam

Mater amen, stabile est matris alumna decus. Nympha diu sup^ret, patriae faustissima proles,

Est honor et dos, spes, gloria, fama mei est. Ut perirent cuncti, et maneat modo nympha superstes

Damna potest patriae restituisse suae. Si vivit, mecum est virtus, Victoria, mos, pax,

Nobilitas, et cum nobilitate salus. Si migrat, sane cuncta haec et plura peribunt,

Mors sua mors nobis omr'bus acris erit. Non amor, aut cultus, nec erit jocus ullus in urbe,

Plausus, nec risuSj laeta nec ulla dies. Gymnasium pariter solvetur, gloria Senae,

Quod mea jucundo lumine nympha tenet. Credile vos Superi, Celebris curate puella

Vivat, longaevo est digna puella die.


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supremo Giove piaccia la gente di Perugia purché la mia nin- fa senese mi ami. Ella non ha nulla di mortale, eguaglia le dee per i costumi e la bellezza, questa sarebbe degna d'esser rapita da Giove.


XXX


SIENA, CITTÀ TOSCANA, PARLA E PREGA GIOVE CHE ALMENO CONCEDA ALLA NINFA L 'IMMORTALITÀ

Giove onnipotente e clementissimo Dio, esaudisci le pre- ghiere che la tua Siena ti rivolge; ti chiedo cose giuste, ascol- ta, o giustissimo, le giuste preci della città, o Dio, e abbi pietà della miseria I Dacché ti piacque affliggermi con la morte di tanti uomini e di tante donne, fa, te ne prego, che viva la mia pupilla. Fa ch'essa viva, io l'amo, lo sai, più te- neramente d'ima madre, essa è d'una madre sicuro ornamen- to. Viva a lungo ia ninfa, prole faustissima della patria, essa mi è onore e dote, speranza e gloria e fama. Periscano pur tutti e rimanga superstite solo la mia ninfa, ella può ripara- re tutti i danni della patria. Se vive io ho la virtii, la vittoria, la riputazione, la pace, la nobiltà e con la nobiltà la salute. S'ella se ne va, certo tutte queste cose e molte altre ancora periranno, la sua morte sarà per noi tutti pronta morte. Non più amore o lusso né divertimento ci sarà in città, né plau- si, né risa, né alcun giorno lieto. Perirà anche il Ginnasio, gloria di Siena, che la mia ninfa alimenta col suo giocondo lume. Ascoltatemi, o Superi, fate che la mia piacevol fanciul- la viva, essa è degna di lunga vita. Dei e dee, ve lo ripeto.


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Dii deaeque itenim moneo, servate puellam,

Et sinite Etruria stet decus urbe suum. Credile, si nigrae truncent sua pensa sorores,

Ingens coelicolis pugna Deabus erit. Suscipiet siquidem coelestis regia nympham,

Atque opus est proprio cedat ut una polo : Aut sibi promeritae decimum statuetis Olympumit

Nympha quidem coelo est Lucia digna novo, Dicite vos, coelum si prò virtute secutae

Sitis, una illa poli munere digna mage est? Nulla fuit vestnun, veniam date, purior illa

Moribus, ingenio vel pietate prior. Denique centenos operam date victitet aftnos,

Neu cedat vestris more sua forte malis. Ergo simul, Divae, mecum exorate Tonantem,

Ut praestet nymphae tempora longa meae.


XXXI

AD COSMUM FLORENTINUM, VIRUM CLARISglMUM

Quam modo sensisti si non tibi grata fuit vox, Cosme, nihil miror: Sena loquuta fuit.


XXXII

EPITAPHIUM CATHARIN/E PUELLAE 0RNAT1S81MAB

Hoc jacet ingenuae formae Catbarina sepulcro;

Grata fuit multis scita puella procis. Morte sua lugent cantus lugenlque choreae,

Flet Venus, et moesto corpore nioeret Amor.


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consen'ate la mia fanciulla, e lasciate che sia ornamento del- la città Etrusca. Crede! e, se le nere Parche troncheranno il filo della sua vita granJe lamento sorgerà fra le celesti dee. Certo il celeste soggiorno accoglierà la ninfa e una di esse dovrà cederle il proprio posto: oppure le decreterete un deci- mo cielo poiché la ninfa Lucia è ben degna d'un nuovo cie- lo. Ditelo voi, dee, se per i vostri meriti conseguiste il cielo, v'è qualcuna di voi che sia di lei più degna? JJessuna di voi, lasciatemelo dire, fu di costumi più puri, nessuna la sorpas- sa per ingegno e per pietà. Fate dunque ch'ella viva cento anni perchè la sua morte non sia a voi di danno. Adunque con me, o Dee, pregate Giove che conceda lunga vita alla mia ninfa.


XXXI


A COSIMO DR MEDICI, UOMO EMINENTE

Non mi meraviglio, Cosimo, se la voce che ora sentisti non ti fu grata; ha parlato Siena.


XXXII

EPITAFflO DI CATERINA, ELEG.ANTISSIMA FANCIULLA

Qui giace Caterina, di belle forme; la graziosa fanciul- la lu cara a molti amanti. Per la sua morte sono in lutto i canti e le danze, piange Venere e sul suo mesto corpo A- more.


XXXIII

N MAMURIANUM TUSCUM PENISUGGUM

Tuscus es, et populo jucunda est mentula Tusco| Tusculus et meus est, Mamuriane, liber.

Attamen e nostro praecidam codice penem, Praecidat simulac, Mamuriane, jubes.

Nec prius abscindam, nisi tu prius ipse virilem Promittas demptam suggere nelle notam.


XXXIV


AD AMILUM P.BDICONEM


Hunc paedicato, qui portat. Amile, tabellam, Et referas, quae sit pulcra tabella magis.


XXXV

DE VILLICO STULTO, ALDAM BASIANTE

Porticus ingentem facie dum sustinet Aldam,

Villicus incautae basia rapta dedit. Hunc vulgus stolidum credit, sed stultius ilio est

Vulgus. Me miserum, quam bene, stulte, sapis! Quum liceat stultis impune suavia nymphae

Figere, Dii facerent, stultus ut ipse forem.


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XXXIII

CONTRO IL TOSCANO MAMORTANO SUCCHIATORE

Tu sei toscano e la pinca piace al popolo toscano; anche il mio libro è un po' toscano, o Mamoriano. Tuttavia dal mio libro io ritiro la pinca, e che io la ritiri subito tu me lo imponi, o Mamoriano. Ma io non la torrò prima che tu mi prometta di non succhiaria una volta che è stata recisa.


XXXIV


AL SODOMITA AMILO


Sodomita il portatore di queste tavolette, o Amilo, e ri- ferirai dopo quale tavoletta sia migliore.


XXXV

DI UNO STOLTO VILLANO CHE BACIAVA ALDA

Mentre un portatore solleva Alda dal largo viso, un vil- lano le dà di nascosto un bacio. Il volgo lo crede stolto, ma ben più stolto è il volgo. Povero me, quanto giudizio hai, o stolto I Poiché è lecito agli stolti baciare impunemente le nin- fe, fate, o Dei, che io sia come quello stolto. _^


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XXXVI

IN MATTHIAM LUPIUM P.EDICONEM

Lupius indoctum dum paedicaret ephebum, Dixit: « Io clunes, dulcis ephebe, move. »

Hic ait; — « Id l'aciam, verbo si dixeris uno. » Ille refert: — « Ceve; diximus, ergo move. »

XXXVII

EPITAPHIUM SANZII LIGORIS, BELLI AC DOMI Pn.EClPUI

Temporibus luteis in me Romana refulsit Virtus prisca domi militiaeque simul.

Nomen erat Sanzus, clara de stirpe Ligori;

Sarcophago hoc tegitur corpus, et umbra polo.

XXXVIII

AD PONTANUM, POLLAM SEMIDEAM ARDENTEM PRO QUA VEnEMENTER ORAT

Si vacat, Aoniis o vir pergrate Camenis,

Accipe quod prò te lingua animoque precer. Ut libi dent annos Superi, dignissimus aevo es,

Dignior est digno candida Polla \iro. Et tibi sit facilis tenera cum matre Cupido,

Dignior est teneras Polla favore Deae. Et \isens nullo possis, Pontane, videri,

Dummodo semidea tu videare tua, Alque anus enervis, quae semper murmurat in te,

In lontes urnae pendere tracia cadat. At via declivis fieri pianissima possit,

Sentiat et gressus semper amica tuos.


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XXXVI

CONTRO IL SODOMITA LUPI

Lupi sodomitando un ignorante efebo disse : « avanti, muovi le natiche, dolce efebo». Quello disse: «Lo farò, se lo dirai con una sola parola». Rispose l'altro: «Sculetta, or Bu dimenati ».


XXXVII

EPITAFFIO DI SANZIO LIGORIO NOTO IN GUERRA E IN PACE

Nei tempi dell'età dell'oro rifulse in me contempora- neam^te l'antico valore romano e in guerra e in pace. Il mio nome era Sanzio dell'illustre famiglia Ligorio. Il mio corpo è in questo sarcofago e l'ombra in cielo.

XXXVIII

AL FONTANO AMANTE DELLA SEMI DEA POLLA PER LA QUALE FORTEMENTE ARDE

Se sei libero da cure, tu che sei sommamente grato al- le Aonie Muse, accogli i voti che per te io faccio con la boc- ca e col cuore. Gli dei ti conservino, tu sei degno di vivere un secolo, come la bianca Polla è degna di tanto degno spo- so. Cupido e la sua tenera madre ti assecondino. Polla è de- gna del favore della tenera dea. Possa, tu, Pontano, vedendo esser visto da nessuno, purché lo sia dalla tua semidea, e la vecchia decrepita che sempre mormora contro di te, cada nella fonte tratta dal peso del secchio. La via già in declivio possa riuscir pianissima e la tua amica avverta sempre i tuoi


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Et si dulce canas, possit. vox ipsa videri

Dulcior, et credat suavius esse nihil. Inque dies crescat calor hic, et possit amare

Strictius hic illam, strictius illa vinim. Et libi jam possit nymphe praeclara videri

Tyndaris, ac illi tu videare Paris. Hispidus actutum queat expirare maritus,

Ni deus hortorum vir sit, ut esse putas. Sive sit ipse deus, seu non, tamen ipsa maritum

Te fingat, tecum seque cubare putet. Et tibi contingat demum inclusisse labellis

Et linguam, et dominae sustinuisse femur. Si forte unanimis prò me. Fontane, precari

Atque vicem votis reddere forte velis, Id precor adsidue, noctuque diuque precare,

Ut sit deformis nulla superstes anus. Sit tibi nil mirum, si inculta et dissona mitto:

In risu et medio carmina fìcta joco.


XXXIX


IN MALEDICUM


Est qui me coram meque et mea carmina laudet. Et me clam laniet meque meosque sales.

Obticeat, ni se laniavero clamve palamve, Inque suas maculas ipse trilinguis ero.


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passi. Se tu canti dolcemente, pussa la tua voce sembrarle ancora più dolce e creda che nulla sia più soave. Ogni gior- no più cresca il fuoco d'amore; possa tu amarla ancor più lortemente ed ella te; e possa sembrarti più bella della nin- l'a di Tindaro e tu sembrarle Paride. L'ispido marito possa morirle subito, a meno che non sia, come tu lo credi, il dio dei giardini. Sia o non sia questo Dio, essa prenda tuttavia te per marito e reputi di dormire con te. Ti sia dato alfine di stringere la sua lingua fra le tue labbra e di sostenere i fianchi della tua donna. Se da parte tua, o Fontano, vuoi ri- cambiarmi i voti, ti prego ardentemente, invocami ciò che notte e giorno chiedo, che cioè nessuna vecchia deforme ri- manga viva. Non meravigliarti se ti mando versi disador- ni e informi: li scrissi in mezzo al giuoco e al riso.


XXXIX


CONTRO UN MALEDICO


Ewi chi in presenza loda me e i miei versi, e di nasco- sto sparla di me e de' miei canti. Taccia, altrimenti io lo at- taccherò e in privato e in pubblico e per denunciar le sue magagne mi varrò di tre lingue.


XL


AD CRISPUM, QUOD 8UAS LAUDES INTERMISERIT RUSTICO

CACANTE

Arbor inest medio viridis gratissima campi,

Limpidus hinc constai rivulus, inde nemus. Hanc avis adventat, pulcraque sub arbore cantat,

Lenitur sonitu Incus et unda suo. Heic de more aderam, versus dictare parabam,

Adstiterat calamo Clio vocata meo. Crispe, tuos coepi sanctos describere mores,

Quive vales prosa, Carmine quive vales, Utque tua summus sis civis in urbe luturus,

Ut meritum virtus sitque habitura suum. Rusticus interea satur egesturus in herba

Se fert, contigua pallia ponit humo, Mox aperit bracas, coleos atque inguina prodit,-

Leniter et nudas verberat aura nates, Inflectit genua, ac totum se cogit in orbem,

Imposuit cubitos crure, manusque genis, Posterà jam talos contingere crura videntur,

Se premit, et venter solvitur, inde cacat. Tunc ex vocali ventosa tonitrua culo

Dissiliunt, strepitu tunditur omnis ager. Excutior, calamus cecidit, Dea cessit in auras,

Ad crepitum trullae territa fugit avis. Deprecor, ut primas plantes, male nistice, vitea.

Post modo sat sitiens non sua vina bìbas, Rustice, sulcatae summittas semina terraB,

Nec panem esuriens, nec miser esse queas. Ergo vale, et tum cum concinna revertilur oìes,

Jam pergam laudes scribere, Crispe, tuas.


49


XL


A CRISPO DI CUI INTERRUPPE DI SCRIVER LODI ALLORCnE UN CONTADINO GLI SI POSE VICINO A FARLA

Vi è in mezzo a un verde prato un delizioso albero; qui scorre un limpido ruscello, là si stende una foresta. Un uc- cello si avvicina e canta sotto un bell'albero, il bosco e l'onda si compiacciono del suo canto. Là io era, secondo il mio costume, e mi disponeva a scriver versi, Clio, ch'io a- veva invocata, mi dirigeva la penna. Crispo, io comincio a decantare i tuoi retti costumi, sia che tu voglia in prosa sia che tu voglia in versi, e come tu sia per essere in città il primo cittadino, e come la tua virtù sarà ricompensata. Ma ecco che un contadino troppo di sé pieno viene nell'er- ba per liberarsi, pone presso sé per terra il mantello, si slac- cia i calzoni, mette all'aria i baccelli e la pinza e l'aria ca- rezza dolcemente le sue nude natiche. Piega le ginocchia, si rannicchia, pone i cubiti su le gambe, le mani su i ginoc- chi, le sue parti posteriori sembran toccare i talloni, si sfor- za, il ventre si rilascia e si svuota. Allora dal sonoro ano escon ventosi tuoni e tutto il prato ne risuona. Mi scuoto, la penna mi cade di mano, la Dea se ne vola via, l'uccello spaventato dal rumore di quella ventosità fugge. T'auguro, o malvagio contadino, che tu pianti per primo le viti e che poi assetato non ne abbia a bere il vino; che tu semini il fru- mento nella terra lavorata e che avendo fame, tu misero, non abbia a mangiarne il pane. Addio adunque, solo quando ritornerà l'uccello cantatore continuerò a scrivere le tue lo- di, o Crispo.


50


XLI


AD COSMUM, VIRUM CLARISSIMUM, DE LIBRI DIVISIONE

In binas partes diduxi, Cosme, libellum, Nam totidem partes Hermaphroditus habet.

Hsec pars prima fuit, scquitur quae deìnde secimda est. Ha3c prò pene fuit, proxima cunnus erit.


XLII


AD COSMUM, VIRUM CLARISSIMUM, QUANDO ET CUI LECERE LIBELLUM DEBEAT

Hactenus, o patriae decus indelebile, panxi, Convivae quod post prandia, Cosme, legas.

Quod reliqui est, sumpta madidis sit lectio coena, Sicque leges uno carmina nostra die.


61


XLl


A COSIMO, UOMO EMINENTE, PARLANDO DELLA DIVISIONE DEL LIBRO

In due parti, o Cosimo, ho il mio libro diviso, poiché l'Ermafrodito è parimenti in due parti diviso. Questa è la prima parte, ora segue la seconda. La prima tiene il luogo del pinco, la seconda del fesso.


XLII


A COSIMO, UOMO EMINENTE, QUANDO E A CHI DEVE LEGGERE

IL LIBRO

Fin qui, o indelebile gloria della patria, ho cantato ciò che dopo pranzo, puoi, o Cosimo, leggere a' tuoi convitati. Il resto leggilo dopo cena a degli ubriachi, così, in un sol giorno tu leggerai i miei versi.


52

LIBELLUS SECUNDUS

AD COSMUM FLORENTINUM

EX ILLUSTRI PROGENIE MEDICORUM VIRUM CLARISSIMUM, QUOD CIVILI JURI OPERAM DARE ET MERITO PERGIT, QUUM HAC TEM- PESTATE NON SIT QUISQUAM REMUNERATOR POETARUM.

Cosme, vir Etrurias Inter celeberrime terras,

Si sileas, videor velie videre tuum : Malles, posthabitis jamjam Lusuve Jocove

Clausissem forti strenua bella pede. Ut tu inagnanimus, sic et pennagna cupiscis;

Hei mihi, sed nostro tempore Caesar abest. Hic tibi sit largo prò Cassare gloria dices;

Sed tales epulas non meus alvus edit. Laurea sit cuivis, dum sit domus aurea nobis:

Auratam facient aurea jura domum. Dant lites requiem, donant chirographa nummos.

Hoc lex dat, voces gloria sola dabit. Haec alit, haec fatuas duntaxat inebriai aures,

Scilicet et venter carior aure mihi est.


63


LIBRO SECONDO


A COSIMO FIORENTINO


CHIARO UOMO DELL ILLUSTRE FAMIGLIA DE MEDICI, PERCHE

l'autore, e CON RAGIONE, CONTINUA A DEDICARSI AL DIRITTO

CIVILE DAL MOMENTO CHE IN QUESTI TEMPI I POETI NON SON

RIMUNERATI

Cosimo, uomo più celebre dell'Etruria, mi sembra, se l'ammetti, di aver indagato l'animo tuo. Tu vorresti che, lasciati ormai i giuochi e gli scherzi cantassi in un sostenu- to verso le grandi guerre. Come tu sei magnanimo così de- sideri cose grandiose; ohimè, manca ai nostri tempi un Ce- sare. Qui dirai: sia a te la gloria invece del generoso Cesa- re; ma il mio ventre non si nutre di tali banchetti. Lauro si abbia chiunque purché io abbia una casa aurea : la giu- risprudenza aurea farà la casa aurea. Le liti danno il ri- poso, i testamenti procurano denari. La legge procura tutto, la gloria non procura che parole; quella nutre, questa talvol- ta inebria le stolte orecchie, ma il mio ventre mi è più caro delle orecchie. Adunquo, fatto accori;o, io mi dedico alle leg-


u


Famaque quantalibet veniat post funera nobis,

Excipiam nullos mortuus aure sonos. Ergo sequor prudens leges ac jura Quiritum,

Prostituo prudens verba diserta foro. Cum vacat officio legali, ludicra condo,

Dum bibo, quae nobis immeditata fluunt. In mensa nequenut heroum gesta reponi,

Non sunt implicitae proelia mentis opus. Sii mihi Maecenas, claros heroas et arma

Cantabo, et nugis preefera bella feram.


II


AD PUELLAS CASTAS

Vos iterum moneo, castae nolite puellae Discere lascivos ore canente modos.

Nil mihi vobiscum est. Vates celebrate severos. Me Thais medio fornice blanda legai.


Ili


LAUS ALD.E

Si tibi sint pharetrae atque arcus, eris, Alda, Diana;

Si tibi sit manibus fax, eris, Alda, Venus. Sume lyram et plectrum, fies quasi verus Apollo;

Si tibi sit comu et thyrsus, lacchus eris. Si desint haec, et mea sit tibi mentula cunno,

Pulcrior, Alda, Deis atque Deabus eris.


55


gì e al diritto dei Quiriti, e accorto vendo la mia faconda pa- rola nel foro. Quando son libero dalle cure legali, scrivo, mentre bevo, delle bazzecole che mi vengono improvvise. A tavola non si trattano le gesta degli eroi, le battaglie non so- no opera di spiriti preoccupati. Se io avrò un Mecenate, can- terò le armi e gli illustri eroi e preferirò le guerre ai sem- plici scherzi.


II


A PANCIULLE CASTE


Io vi avverto di nuovo, o caste fanciulle, non ascoltate i versi lascivi ch'escon dalla mia bocca. Io non ho a che fa- re con voi. Leggete severi poeti. In pieno postribolo mi leg- ge la blanda laide.


m


ELOGIO D ALDA

Se tu hai l'arco e la faretra, o Alda, sarai Diana; se tu hai in mano la fiaccola, o Alda, sarai Venere. Prendi la lira e il plettro, tu diverrai quasi un vero Apollo; se tu avrai il corno e il tirso, sarai lacco. Se ti mancheranno queste coso e il mio, fratellino sarà in te, tu Alda sarai più bella di tut* ti gli dei e le dee.


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IV


IN ALD E MATREM


Ut mihi tu claud's, ma ter stomachosa, lenestram, Sic tibi claudatur cunuus, iniqua parens!

Id tibi erit gravius, caslebs vidiare liccbit, Quam tibi si coeli janua clausa foret.


LATJS Af.D.C


Alda, puellarum fortunatissima, gaude: Vincitur omnlpolcns igne Cupido tuo.

Alda Deos omnes specieque et moribus acquai; Sit minime mirum, si capit Alda Deos.


VI


AIJ inULOPAPPAM DEPERIENTKM STERCONUM, VIHUM TURPEM

Ni te delineat Sterconus, scire volebam,

An slomachus peni sit, Philopappa, tuo. Et stomachus certe talis, qui digcrit .(^tnam,

Albicat hiberna cum magis ^^tna nive. Quid loquor in nebulis, qui non in'ellig or ulli?

Simpliciter dicam, quid, Pliilopappa, vclim. Est puer, hunc araes, quin deperis; et put^r ille

Sit tibi, ter decies qui nova musta bibii? J.im pridem a^grota!; cur aridus instar ar^slai esi ?

Et dubiles, \ultus lar\'a sit, an facies.


IV


CONTRO LA MADKE D ALBA


Allo stesso modo che tu mi chiudi la finestra, fastidiosa madre, a te si chiuda la natura, iniqua genitrice. Ciò ti sarà più grave che se ti si chiuciesse la porla del cielo, benché tu sembri vedova.


ELOGIO D ALDA


Alda, bellissima fanciulla, godi: l'onnipotente Cupido è vinto dalla tua fiamma. Alda per la bellezza e i>er i costu- mi eguaglia tutti gli dei: non c'è per nulla affatto da mera- vigliarsi se Alda pareggia gli dei.


VI


A FILOPAPPA CHE ML'OR D AMORE PER STERCONE UOMO TURPE

Se Stercone non te lo vieta, vorrei sapere, o Filopappa se il tuo fratellino ha uno stomaco; e lo stomaco certo è tale da digerir l'Etna, quando l'Etna più biancheggia per l'inver- nale neve. Perchè parlo fra le nubi in modo da non essere inteso? Dirò solo, o Filopappa, ciò che voglio dire. E' gio- vane, tu l'ami, tu ti struggi; ed è giovane per te un uomo che bevve trenta volte il vino nuovo? Già da un pezzo è am- malato; perchè è secco come una paglia? Non sai se il suo viso sia faccia d'uomo od ombra. Benché abbia la gola lun-


ts


Quamvis ipse gula sit longus, quum tamen ossa

Proluit OS, vellet gutlur habere gniis. Est sibi prò bello nibicundula tibia naso,

Et patula cerebrum nare videre potes. Cruribus atque ano densorum sylva pilonim est,

Qua possit luto delituisse lepus. Mentis niultivolae est, venalis, potor edoque,

Diligit et tantum munera, more lupae. Ille, ita me Dii ameni, sic est, aut turpior; at tu

Proh pudor, hunc plus quam viscera caecus amas. Nescio quem vulgus dicat flagrasse lucernam;

Derisi quondam, sed modo vera pute«i. Non erat in populo formosior alter Etrusco,

Non erat Italico gratior orbe puer? Csecus amor plerum mortalia pectora csecat,

Nec nos a falsis cernere vera sinit. Cur edat ille fìmum, vulpes quasivit asellum;

« Nam memini », dixit, « quod fuit herba fìmus. » Sic puto tu referes cuivis fortasse roganti.

Diligis hunc ideo, quod tener ante fuit. Caecus es, et credis me cassum lumine corani

Sterconum eximiis laudibus usque ferens. Crura licet pueri bombycea lautaque dicas,

Crura tamen siccae pumicis instar habet. Jam modo crediderim, te verpum posse Priapum

Scilioet et Libycas accubuisse feras. Immanem ergo fovet stomachum tua mentula, verum

Nil videt, usque oculos ederit illa suos.


VII

AD AURISPAM DE URS^ VULVA

Ecquis erit, vir gnare, modus, ne vulva voracis Ursa testiculos sorbeat usque meos?


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ga, tuttavia quando beve vorrebbe avere la gola d'una gru. Invece d'un gentil naso ha una rubiconda tibia e per la sua larga narice puoi veder il cervello. Sulle coscie e sull'ano si stende una densa io resta di peli ove potrebbe porsi al sicuro una lepre. E' di spirito capriccioso, venale, bevitore e man- giatore, non ama che i doni, come le prostitute. Quello è pro- prio così, gli dei mi proteggano, e anche peggio; e tu, o ver- gogna, l'ami più che le tue viscere. Non so di chi si disse che abbruciasse per una lucerna; allora risi, ma ora Io credo vero. Non v'era nel popolo etrusco un fanciullo mi- gliore? Non ve n'era uno piii piacevole nel territorio italico? Il cieco amore spesso acceca i mortali, e ci impedisce di di- scernere il vero dal falso. La volpe chiese all'asino perchè mangiasse il letame. Rispose. « poiché ricordo che il fieno fu erba. » Io penso che tu risponderesti a chi te lo chiedes- se, che tu Io ami perchè ricordi che già fu giovane. Tu sei cieco e tu mi credi privo di vista quando esalti Stercone. Benché tu dica che le sue coscie sono delicate e satinate, le sue coscie sono tuttavia come la secca pomice. Ormai potrei credere che tu possa scdom.itare Priapo e metterti sotto le fiere della Libia. Il tuo fratellino possiede duntjue un fiero ! stomaco, ma nulla vede, si è mangiato perfin gli occhi.


vn

AD AURISPA, INTORNO ALLA N.\TURA DI ORSA

Qual mezzo, o saggio uomo, dovrò escogitare perchè la vorace natura di Orsa non abb^a a sorbire anche i miei bac-


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Ecquis erit, lotum femur haec ne sugat hirudo, Ne prorsus ventrem sugat ad usque mcum?

Aut illam stringas quavis, Aurispa, mcdela. Aut equidem cunmo naufragor ipse suo.


Vili


AfJRISP.E RESPONSIO


Si semper tantus spirarci in aequore foctor,

Neminis ut nasus littora ferre queat, Quis vel in Adriaco, Scythico quis navita posset,

Aut in Tyrrheno naufragus esse mari? Et tu ne timeas; nam cum magis arrigie Ursae.

Cumve magis cupias, vulva repellet olens. Haec fiat ita horrendum, quod pingue et putre cadaver

Ursae cum cunmo lilla pulcra foret. Haec fiat ita, ut, merdis si quisquam conlerat inguem,

Sit violae et suaves multa cloaca rosae. Sin tuus hunc talem non horret nasus odorem,

Ut sit tunc vulva strict'or Ursa dabo.


IX


AD URSAM FLENTEM

Quid fles? eiì nitidos turbat tibi fletus ocellos!

Quid fles, o lacrymis Ursa decora tuis? Forte quod adversus te acciverit ira Camenas,

Aut mihi quod tu sis non adamata putes? Crede mihi, mea lux, t-antum te diligo, quantum

Non magis ex animo quisquis amare queat. Tu quoque me redamas. Dubium est, qui vincit amora,

Alter utram vincit, vincitur alter utra.


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celli? Qua] mezzo perchè questa sanguisuga non succhi tut- ta la mia coscia? e in seguito non mi succhi fino il mio ven- tre? stringila, Aurispa, con qualsivoglia modo, o di certo naufragherò nella sua natura.


Vili


RISPOSTA D AURISPA

Se sempre spira sull'onde fetore tanto che nessun naso può tollerare il mare, qual nocohiero potrà naufragare nel mare Adriatico o Scitico o Tirreno? E tu non temere; poiché quanto piìi tu ardi per Orsa e quanto più la desideri, la sua putrida natura ti respinge. Essa emana un odore così nau- seante che un grasso e putrido cadavere al confronto della vulva di Orsa sarebbe un profumato giglio. Essa emana un odore che, paragonata agli escrementi, la cloaca si cambia in violette e in soavi rose. Se il tuo naso non rifugge tale odore cercherò di rendere più stretta la vulva di Orsa.


IX


AD ORSA CHE PIANGE


Perchè piangi? Il pianto vela i tuoi nitidi occhi I Perchè piangi, o Orsa? ti abbelliscono le tue lacrime? Forse perchè l'ira ha eccitato contro te la mia musa, o perchè ritieni di non essere più da me amata? Credimi, o mia bella, ti amo tanto come nessuno può amare dal profondo dell'animo. E tu pure mi ami. Non si sa chi di noi due ami di più; l'uno


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Cur igitur credis vitio qui ductus iniquo

Inter nos rixam dissidiumque cupit? Juro per has lacn'mas et crura simillima lacti,

Perque nates molles, et femur, Ursa, tuum, Quod nunquam nisi quae le laudent carmina feci;

Sic sit versiculis gratia multa meis. Ah pereat quaeso libi qui mendacia dixit!

Ah pereat falsum qui libi cumque referti Terge tuos fletus, sine te dissuavier, Ursa:

Farce mihi, luctu torqueor ipse tuo. Tandem siste tui lacrymas, curaque salutem,

Namque ego te domina sospite sospes ero.


DE PCENA INI ERMALI, QUAM DAT URSA AUCTORI SUPERSTITI

Si caler et foetor, strider quoque sentibus umbris Sint apud infernos ultima poena locos,

Ipse ego TarLareas, dum vivo, perfero poenas, Id mihi supplicium suggerit Ursa triplex.

Nam sibi merdivomum stridit resonalque foramen, Fervet et Ursa femur, puiet et Ursa pedes.


XI

IN HiODUM MORDACEM

Quod genium versusque meos relegisve probasve, Grat,um est; quod mores arguis, Hede, queror.

Crede velim nostra vitam distare papyro;

Si mea charta procax, mens sine labe mea est.

Delicias pedibus celebres clausere poetae, Ac ego Nasones Virgiliosque sequor.


63


ama l'altra ed è amato d'ugual amore. Perchè dunque credi tu che per un iniquo difetto ci possa esser fra noi dissidio e discordia?

Te lo giuro per le tue lacrime, per le tue coscie bianche co- me latte, per le tue molli natiche, per la tua natura, o Orsa, che non mai scrissi versi se non in tua lode ed è per te che i miei versi hanno molta grazia. Possa perire chi ti disse queste false cosel possa perire chiunque ti riferisce il falso! Asciuga le tue lacrime; lasciati baciare. Orsa, abbi di me pietà, mi struggo per lo stesso tuo dolore. Raffrena ormai le tue lacrime, abbi pietà della tua salute, io starò bene, se tu, o mia donna, starai bene.


della pena infern.ale che orsa infligge all'autore superstite

Se il calore, il fetore, lo stridore travagliano le anime ree nell'inferno, ultima loro pena, io, ancor vivo, soffro le pene del Tartaro. Orsa m'infligge il triplice supplizio, poiché il suo ano sofTia e trulla, la sua vulva ferve e i suoi piedi pu- tono.


XI


CONTRO IL MORDACE ODO

Che tu lodi il mio ingegno e rilegga i miei versi, mi fa piacere, ma mi lagno che tu riprenda i miei costumi, o Odo. Credi, la mia vita è ben diversa di que-ste carte: se il mio li- bro è lubrico, la mia mente è pura. Illustri poeti misero in versi delle scurrilità; io seguo le traccie di Virgilio e di 0- vidio.


G4


XII


EPITAPniUM ERASMI B.BKRIT EBRII

Qui legis, Erasmi sunt contumulata Biberi Ossa sub hoc sicco non requieta loco.

Eripe, vel saltem vino consperge cadaver. Eripe; sic quseso sint rata quoeque voles.

Ossa sub oenophoro posthac erepta niadenti Conde, natent temete fac; requietus ero.


XIII

AD AMICUM CARUM, QUOD SUI CAUSA PISTORIUM SE CONFERAT

Salve, vir populo spes certa et maxima Tusco,

Salve, pracclaros inter habende viros, Salve, qui, longos si sis provectus in annos,

Tempora Phoebea virgine cincia feres. Accipe si sileam tibi rem fortassis emendam,

Quacque animo nil non sit placitura tuo. Nuper apud molles Senas fit pesi i Ter acr,

Quo fit, ut ipse petam Pistoriense sohim. Sunt aliae Etruriis potiores montibus urbcs,

Sed tu non alios incolis ipse locos. Sis modo Pistoni, Romam vidisse fatcbor,

Cum niagis illa armis fioruit aucta suis. Inierea pathicam mihi, dulcis amice, pueilam

Delige, quae vernas exspuat ore rosas; Neve sit exiguus foto sub corpore nasvus,

Sit quoque cui tenerum spiret amoma fernur, Digna sit affectu, suavem quae novit amorem,

QusB velit et flammis reddere grata vices.


€5


XII


EPi>. \FFIO DELL EBREO ERASMO R!BER!0

Tu che leggi sappi ctie sotto queste aride zi. Ile sono inu- mate le ossa, che ancor non han pace, di Erasmo Biberio. Tra- fugale o almeno aspergi di vino il cadavere. Trafugale; io pre- gherò che si compiano tutti i tuoi voti. Mettile in un ocre pieno di vino, fa che vi nuotino dentro: allora avrà pace.


XIII


AD UN CARO AMICO AFFINCHÈ PER MOTIVI DI SALUTE VADA A PISTOIA

Salve, sicura e massima speranza della Toscana; salve, tu che devi essere fra i piìi illustri uomini; salve, tu che a- vanzando negli anni avrai le tempia cinte del lauro di Febo. Accogli, se ben veggo, cosa che ti diletta, i voti che più piac- ciono al tuo cuore. Poc'anzi presso l'effeminata Siena soffia- va un'aria pestifera, onde mi fu necessario andare in suolo Pistoiese. Sui monti Etruschi sonvi altre città notevoli, ma tu non abiti altri luoghi. Staitene ora a Pistoia, io confesse- rò d'aver visto Roma quando fioriva ingrandita dalle sue ar- mi. Ma, dolce amico, procurami una lasciva fanciulla dalla cui bocca escano rose primaticce; non abbia in tutto il cor* pò il più piccolo neo, e la sua natura spiri tenero amomo; sia degna d'affetto, conosca il soave amore, e sappia corrispon- dere alla fiamma con la fiamma. Incline al vizio, vincendo


B6


Mersilis in vitium, vìvens in amore jocove,

Prasque proco cupiat postposuisse colos, Divitibas vates, prieponat carmina gazis,

Sit prò versiculo vilJs arena Tagi, Denique sit prò qua sic possim dicere vero,

Pace Dei dicam, pulcrior ilia Deo est, Illam ego continuo noslris celebrabo Camenìs,

Carmina si placeant, carmina mille dabo. Quae si prò numeris ferat oscula, carmina condam,

Qualia Yirgilium composuisse putes. Nec mihi Castalios latices petiisse necesse est,

Sit mihi Castalius salsa saliva liquor. Hasc ego praestiterim, tu tantum quaerito nympham,

Quas thiaso et cantu docta sit ante alias. Tandem perpetua salve mens digna salute,

Cum tua nimirum sit mea paene salus.


XIV

AD SANSEVERINUM, UT VERSUS FACERE PERGAT

Sanseverine, tuam legi bis terque Camenam,

Et placet, et nullo claudicat illa pede. Dii simulac facili praeslant libi peclora vena,

Hortor Pierios condere perge modos. Res sane egregia est, mortalia fìngit et omat

Pectora, post obitum miscet et illa Deis. Tu duce me actutum viscs Parnassea Tempe,

Deque sacro pieno pectore fonte bibes. Nec te destituam, modo tu consortia vites

Cum rudis atque hebetis, tum rudis atque hebetis. Crassa quidem ruditas parvo te polluet usu,

Inficielque tuos transitione sinus.


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nell'amore e nel giuoco si compiaccia per l'amante trascura- re i perpendicoli, ai ricchi preferisca i poeti, alle ricchezze i versi, per un versetto le sia vile la sabbia del Tago, infine essa sia tale che possa per lei dire e a ragione: Con buona pace di Dio, ella è più bella d'un Dio. Io la celebrerò sempre nei miei versi e se i miei versi le piaceranno gliene scriverò mille. Se per il loro numero ella offrirà tanti baci, li scriverò in modo che tu li riterrai di Virgilio. Non avrò bisogno d'an- dare alle acque Castalie, la sua salata saliva sarà per me l'on da Castalia. Ecco a che cosa mi presto : tu intanto cercami una ninfa che più d'altre sia esperta nel canto e nella danza. Addio infine, mente degna dì eterna salute, senza dubbio la tua salute mi sta a cuore quasi quanto la mia.


XIV

A SANSEVERINO PERCHÈ CONTINUI A SCRIVER VERSI

Sanseverino, lessi due o tre volte i tuoi versi, mi piaccio- no, sono perfetti; dacché gli dei ti accordano facile vena ti esorto a continuare a scriver versi. E' questa un'arte squisi- ta, diletta e orna gli animi dei mortali e dopo la morte li po- ne fra gli dei. Sotto la mia guida vedrai ben presto il Tempio Parnasio e nella sacra fonte berrai a pieni polmoni. Non ti lascierò; tu ora evita di convivere tanto coi rozzi e gli ebeti quanto cogli ebeti e coi rozzi. La crassa ignoranza ti corrom- perebbe anche con la sola vicinanza, il suo solo contatto in- taccherebbe il tuo cuore.


68


XV

IN MATTHIAM LUPIUM CLAUDUM

Lupius, absposcis me rara Epigrammata Marci; Concedam, recti s passibus ip&e veni.

XVI

IN EUNDEM GRAMMATICUM

Tres habet aretina Matthias Lupius aula Discipulos; unus de tribus est famulus.

XVII

PRO M. SUCCINO AD MAURAM

Pulcrior argento es, scd eris formosior auro,

Si bona reddideris vcrba, benigne puer. Est pia vestra domus, fralres, germana, parentes:

Sis pariter mitis, si pia tota domus. Est tua forma decens, mens sit quoque pulcra licebit;

Conveniant formae reddita verba tuae. Conservare viros perituros regia res est;

Haec nos coelilibus res facit esse pares. Ast ego Castalio doducam fonte Sorores,

Quse formam et mores et tua facta canant Quid melius Musa tribuam? Quid Carmine majus?

Si potius quid sit Carmine, posce: dabo. Quem sacri vates voluere, est fama perennis;

Tu quoque, ni fallor, cannine clarus eris. Namque ego doctiloquo vivaces Carmine reddam

Sempei; amic^'^ias, sit modo vita, pias.


69


XV


CONTRO LO ZOPPO MATTIA LUPI


Lupi, tu mi chiedi i rari epigrammi di .Marziale; te li da- rò a patto che tu venga senza zoppicare.


XVI

CONTRO LO STESSO GRAMMATICO

Mattia Lupi nella sua aula privata ha tre alunni: l'uno dei tre è il suo servo.

XVII

A MAURA, IN F.VVORE DI M. SUCCINO

Tu sei più bello dell'argento, ma tu sarai più. bello del- l'oro se tu, benigno fanciullo, darai una buona risposta. Tut- ta la tua casa è pia, fratelli, genitori, sorelle: sia tu pure mi* te, se tutta la casa è pia. Il tuo aspetto è bello, sarà pur bella la tua mente; la tua risposta risponda al tuo aspetto. Salvar la vita a chi sta per morire è cosa egregia; questa ci rende pa- ri agli abitatori del cielo. Io dalla fonte Castalia condurrò la sorelle a cantare il tuo aspetto, i tuoi costumi, le tue imprese. Che posso offrirti di meglio della musa? Che di più grande d'un canto? S«3 v'è qualcosa di più del canto chiedimelo, te lo concederò. Eterna è la fama di quelli che i vati cantarono; tu pure, se non m'inganno, sarai illustre ne' carmi. Io, in un dotto canto, se avrò vita, renderò eterna la nostra santa


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Quippe boni de te capient exempla minores,

Gaudebunt actus ssepe re f erre tuos. Lux mea, Maura, vale, tibi mcque meamque Thaliam

Dedo, velis uti, lux mea, Maura, vale.


XVIII

PRO M. SUCCINO ORAT, ET UT SPERET DE L. MAURA EXHORTATUR

Dii faciles incepta precor, Succine, secundent,

Cum puero fautrix sit Cytherea suo, Ut responsa hilari sint convenientia formae,

Et reddat pulcher verbula pulcra puer. Est pia tota domus, fratres, germana, parentes,

Nescio quin speres, si pia tota domus. Ipse pios longe superat pietate propinquos;

Nescio cur patri Maura sit absimilis.


XIX


IN MATTHIAM LUPIUM

Lupius in pueros, si quis screat, intonat; idem Dum comedit, pedit; cum satur est, vomitai.


XX


IN LENTULUM MOLLB

Si neque tu futuis, viduas neque, Lentule, nuptas, Si tibi nec meretrix, nec tibi virgo placet,

Si dicas, quod sis calidus magnusque fututor, Scire velim, mollis Lentule, quid futuas?


amicizia. Da te prenderanno esempi i giovani onesti e si com- piaceranno sempre di ricordare le tue viriù. Maura, mia lu- ce, statti fc'sne, a le dono me e la mia musa, prendila, o Mau- ra, mia luce, addio.


XYIII

PARLA IN FAVORE DI M. SUCCINO E L 'ESORTA A BE.\ SPERARE VI L. MAURA

Gli dei tutelari, assecondino, prego i tuoi progetti e con suo figlio ti assista Citerea, perchè la risposta sia conforme al- la graziosa beltà, e il bel fanciullo dia buone parole. Tut- ta la casa è pia, fratelli, sorelle, genitori; non so perchè non speri, se tutta la casa è pia. Egli stesso per la sua pietà sor- passa di gran lunga i suoi parenti; non so perchè Maura non assomigli al padre.


XIX


CONTRO M.\TTIA LUPI

Lupi, se qualcuno de' suoi scolari si pulisce il naso, gri- da; egli mentre mangia trulla, quando è pieno vomita.


XX


CONTRO L EFFEMINATO LENTULC

Se tix non fotti, o Lentulo, né vedove, né maritate, se non ti piacciono né meretrici, né vergini, e tu affermi d'essere un esperto e grande fottitore, vorrei saper che fotti, o effemina- to Lentulo.


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XXI

EPITAPHIUM MARTINI POLIPHRM., COGI EGREGI!

Siste, precor, lacrymisque meum consperge sepulcrum,

Hac quicumque studens forte tenebis iter. Sum Polyphemus ego, vasto prò corpore dictti

Martinus proprio nomine notus eram, Qui juvenes studiis devotos semper amavi,

Quem liquet et famulos et superasse coquow Nunc ego funebri tandem spoliatus honore,

Thure carens summa sum tumulatus Immo. Me Mathesilanus tempesta in nocte recondi

Jussit, et exequias luce carere meas. Nec cruce nec cantu celebravit nostra sacerdos

Funera, nec requies ultima dieta mihi, Clamque fui sacco latitans raptimque sepultus,

Nec capiunt coleos arcta sepulcra meos. Dum feror obstupui, timuique subire latrinas,

Nec loca crediderim religiosa dari. Oro pedem ad j ©età claudas tellure parumper,

Qui patet, heu vereor ne lanient catuli. Continuo domini complebo ululatibus sedem

Infaustis, poenas has dabit ipse suas.


XXII

LAUS AURISP^ AD COSMUM

Si quis erit priscis «quandus, Cosme, poetis,

Et si cui Phoebus Pieridesque favent, \ quis cum loquitur vel splendida facta reponit, Mercurium jures ejus ab ore loqui,

Quive alios laudet, cum sit laudabilis ipse,


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XXI


EPITAFFIO DI MARTINO POLIFEMO, FAMOSO CUOCO

Fermati, ti prego, e bagna di lacrime il mio sepolcro, chiunque tu sia che verrai a passar di qui. Io sono Polifemo, così detto per il mio grande corpo. Martino era il mio proprio nome. Io che amai sempre i giovani studiosi, io che primeg- giai fra valletti e cuochi, ora infine privo di onori funebri, senza onor d'incenso giaccio qui sotterra. Mantesilano in una notte buia mi fece seppellire e volle che le mie esequie fossero senza luce.

Il sacerdote né con croci né con canti celebrò il mio funerale, né per me fu detto l'ultimo requiem. In secreto, di nascosto, fui messo in fretta in un sacco e lo stretto sepol- cro non contiene i miei testicoli. Mentre mi si portava temet- ti di andar a finire in una latrina né avrei creduto d'esser se- polto in luogo religioso. Copri, te ne prego, con un po' di terra i miei piedi, essi sporgono e temo che i cani me li man- gino. Senza tregua riempirò la casa del mio padrone di gri- di funesti, egli avrà questo suo tormento.


XXII

ELOGIO d'aURISPA, A COSIMO

Se vi è chi merita, o Cosimo, di esser paragonato agli an- tichi poeti, e Febo e le Pieridi lo proteggono; se v'è chi parla o decanta grandi fatti, dalla bocca del quale puoi ritenere che parli Mercurio, che lodi gli altri, lui che merita tutte le lodi, porti esso a buon diritto le tempia cinte di edera; se v'è im


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Quive hedera merito tempora nexa ferat, Si quis erit linguae doctus Grajae alque Latinas,

Si non Aurispa est hic, periisse velim. Quisquis in hoc mecum non senserit, arbiier aequus

Non fuit, aut certe Zoilus ille i'uit.


XXIII

AD GALEAZ, QUEM ORAT UT SIBI CATULLUM INVE.NMAT

Ardeo, mi Galeaz, mollem reperire Catullum,

Ut possim dominae moriger esse meae. Lectitat illa libens teneros lasciva poetas,

Et prsefert numeros, docte Catulle, tuos. Nuper et hos abs me multa prece blanda poposcit,

Forte suum vatem me penes esse putans. «Non tcneo hunc,» dixi, « mea lux, mea nympha, libel-

« Id tamen effìciam, forsan habebis opus. » [lum,

Instai, et omnino librum me poscit amicum,

Et mecum graA'ibus nunc agit illa minis. Quare ego per Superos omnes, o care sodalis,

Sic precibus lenis sit Cytherea tuis, Te precor atque iterum precor, id mihi quaere libelli,

Quo fiam noslrae gratior ipse deae.


XXIV

MATTITI.^Ì LUPII SENTENTIA AD BALBUM

Balbe, scias calidi quao sit sententia Lupi, Quam modo versiculis prosequar ipse meis:

« Si saepe eflliclum cupiat mea mentula cunnum, « Interdum adfectet cruscula cauda salax,


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dotto in lingua greca e Tatina e non sia Aurispa, possa io mo- rire. Chi la pensa diversamente da me, non è buon giudice, o certo quello è Zoilo.


XXIII

A GALEAZZO, LO PREGA DI PROCURARGLI UN CATULLO

Io ardo dal desiderio, o mio Galeazzo, di trovare un dol- ce Catullo, per poter piacere alla mia donna. Lasciva ella leg- ge volentieri i delicati poeti e preferisce i tuoi versi, o dotto Catullo. Anche poco fa con blanda preghiera me li chiese, credendo per certo ch'io li avessi. « Io no ho questo libro, dis- si, o mia stella, mia ninfa; ma farò che tu l'abbi. » Ella in- siste e mi chiede sempre il libro favorito e ora mi fa gravi minacce. Per questo, per tutti gli dei, o caro amico, e Cite- rea così assecondi la tue preci, ti prego e ti supplico, cerca- mi il volume, onde divenga più grato alla mia dea.


XXIV

SENTENZA DI MATTIA LUPI, A BALBO

Tu, Balbo, sai qual'è la sentenza dell'astuto Lupi; ora te la esporrò nei miei versi : « Se la mia verga desidera spes- so una vulva floscia, talvolta la mia coda lasciva ha fame di una fresca; tuttavia la mia libidine non è così sfrenata e folle


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« Non tamen usque adeo delira aut piena libido est, (( Ut popisma palam cumve cohorte rogem.

« Nolim cum populo compaìdicare Jacinthum, « Cum multis ipsam non Helenem futuam. »

Sic ait; id digito dictum tibi, Balbe, ligato, Et clam paedico clamve l'ututor agas.


XXV


AD MEMMUM DE PARTU LUCI.E NIMPHAE

Cum modo per dominae vicum mihi transitus esset,

Haec ego prò nynpha parluricnie precor: «Nunc age, nunc, Lucina, mese succurre puellae,

« Qua3 parit, atque aliquem jam pari'.ura deum est. « Ab dolor, en clamat supplex tua numina poscens,

« Vocibus et lacrymas addit amara suis. « In me, Dii, luctum dominai transferre velitis,

« Etsi me miserum non minor angor babet. « Quid ccssas? est, Diva, libi laus maxima, si tres

« Incolumi nympha restituisse potes. « Hei mihi, ne Superi, si in te mala forte rogarim,

« Audierint, votis et cruciere meis. « Farcite moratam. Superi, lasisse puellam,

« Et facite, ut veniant in caput illa meum. (( Quin vereor, neu te dudum Venus cffera vexet,

« Sicque tua poenas impietate luas. « Cernis ut ultricem durum est offendere Divam;

« Ergo tuo mitis sis facilisque proco. <( Quid -tardas, Lucina? veni faustissima nymphae,

« Lenis io nimphae prospera Diva veni.


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da desiderare carezze in pubblico e fra la folla. Io non vor- rei sodomitare Giacinto insieme con altri, né fotterei la stes- sa Elena con altri. » Così egli dice : ciò ti sia detto, o Balbo, in gran segreto e sia dunque in segreto sodomita e fottitore.


XXV

A MEMMO, SUL PARTO DELLA NINFA LUCIA

Quando poc'anzi passai per la via della mia amante, fe- ci questa preghiera per la ninfa partoriente: «Vieni, vieni o Lucina in soccorso della mia fanciulla, ella partorisce, sta per mettere al mondo qualche Dio. Ah che dolore, ella gri- da, supplice invoca il tuo aiuto e alle voci aggiunge amare la- crime. In me, o dei, trasferite le doglie della mia donna, ben- ché non minore angoscia mi tormenti. Perchè indugi? a te sarà la più grande lode, o dea, l'aver salvato con la mia nin- fra tre esseri. Ohimè! se mai ho inveito contro di te, gli dei non mi abbiano udilo e non siano duri ai miei voti. Astenetevi, o dei, dal punire la mia fanciulla e fate vendetta sul mio ca- po. Temo che Venere crudele ti travagli e che tu porti la pe- na della tua poca pietà. Tu sai come è grave offendere la ven- dicatrice dea; sia dunque mite e proclive al tuo amante. Che tardi, o Lucina? Vieni propizia alla ninfa, vieni in soccorso alla mia ninfa, o dea. Ella in seguito ti eleverà solenni altari


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« Postmodo solemncs certe tibi construet aras, « Imponetque tuis menstrua thura focis. »

Haìc ego, sed quoniam Dea sit tibi promp'.ior, oro, Ipse tuas praestes, splendide Memme, preces.

Nil dubito, quin flore dato votisque peractis Exsolvet partus molliter illa suos.


XXVI

DE suo OCCULTO AMORE

Uror, et occultae rodunt praecordia flammae: ego si sileam terque quaterque miseri

XXVII

IN MATTHIAM LUPIUM, VIRUM IGNAVUM

Aonia rediens Mattliias Lupius ora Castalidum steriles nunciat esse lacus,

Et siccas laurus, nullam et superesse puellam, • Singula contatus comperit esse nihil.

Impuri nequeunt oculi spectare Sorores, Scilicet ignavis Pegasis unda latet

XXVIII

PRO CENTIO AD CONTEM, UT EX RURE REDEAT

Centius hanc vidua tibi mittit ab urbe salutem, Lux mea, mi Contes, dimidiumque animse.

Quid mihi laetitiae superest, ubi rura petisti? Spiritus est membris visus abire meis.

Id mihi laetitiae tantum est, puer urbe remansii, Inque suos vultus conspicor ipse tuos.


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e tutti i mesi abbrucierà incensi al tuo focolare. » Così io pre- gai, ma perchè la dea sia per te più pronta, tu stesso, o splen- dido Memmo, rivolgile le tue preghiere. Io credo che, offerti i tuoi fiori e accettati i tuoi voti, la ninfa partorirà senza do- lore.


XXVI

d'un suo AMORE SEGRETO

Io ardo, e di segreta fiamma mi ijrucia il cuore: oh, se io taccio tre e quattro volte più misero!

XXVII

CONTRO MATTI.\ LUPI, PARASSITA

Mattia Lupi ritornando dalle spiaggie Aonie, annuncia che i laghi di Castalia sono secchi, che i lauri si sono essica- ti, che non rimane neppure una musa; che esplorata ogni co- sa ha trovato che non v'è nulla. Gli occhi impuri non pos- sono osservare le Sorelle; l'onda pegasea si nasconde di cer- to per gli ignavi.

XXVIII

A CONTI, PER CENCI, AFFINCHÈ RITORNI DALLA CAMPAGNA

Cenci ti manda il suo saluto da questa città, di te pri- va, mio caro Conti, mia luce, metà dell'anima mia. Qual leti- zia mi resta dacché tu sei andato in campagna? Mi sembra che l'anima mi sia uscita dalle membra. La mia sola letizia è che sia rimasto in città il fanciullo, nel volto del quale io ravviso il tuo. Non andartene, caro fanciullo, lasciati vedere,


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Ne fuge, care puer, sine te, germane, videri, Dumque agit in sylva, ne fuge, care puer.

Plura velim, sed plura loqui dolor impedii: ergo, Vivere si cupias me, cito rure redi.


XXIX

AD LEUTIUM FCENERATOREM, UT PLAUTUM CoMMISSUM HABEAT

Hunc tibi quam possum Plaulum commendo, Leuti, Plaulum, quem vocitat lingua Latina patrem.

Haud de te modicum, vates, aboleverat aetas, Te modo pernicies altera foenus edit.

XXX

EPITAPHIUM NICHIN^ FLANDRENSIS, SCORTI EOREGII

Si steteris paulum, versus et legeris istos,

Hac gnosces meretrix quae tumulatur hunio. Rapta fui e patria teneris pulchella sub annis,

Mota proci lacrymis, mota proci precibus. Flandria me genuit, totum peragravimus oibem,

Tandem me placidae continuere Sonai. Nomen erat, nomen notum, Nichina; lupanar

Incolui, fulgor fornicis unus eram. Pulcra dccensque fui, redolens et mundior auro,

Membra fuere mihi candidiora nive. Quae melior nec erat Senensi in fornice Thais

Gnorit vibratas ulla movere nates. Rapta \iris tremula fìgebam basia lingua.

Post eliam coitus oscula multa dabam.


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tu, suo fratelle. Mentre egli si trattiene nelle selve, non an- dartene, fanciullo. Vorrei dir di più; ma il dolore me l'im- pedisce: adunque, se desideri ch'io viva, ritorna presto dalla campagna.


XXIX

all'usuraio LENZIO, prestandogli un PLAUTO

Ti raccomando più che posso, o Lenzio, questo Plauto, Plauto che la lingua latina chiama suo padre. Il tempo, o poe- ta, t'aveva in gran parte distrutto, ora un'altra peste, l'usura, a sua volta ti stnigge.


XXX


EPITAFFIO A NICHINA DI FIANDRA NOTA BAGASCIA

Se tu ti fermi un poco e leggi questi versi, tu saprai chi è la bagascia che qui sotto è sotterrata. In tenera età lasciai la mia patria, vinta dalle lacrime dell'amante cedetti alle sue preghiere. Nacqui in Fiandra, peregrinai per tutto il mondo, infine sostai nella tranquilla Siena. Il mio nome era Nichina, nome famoso : stetti nei lupanari, fui lo splendore dei bordel- li. Fui bella e piacente, profumata e più pulita dell'oro, di membra più bianche della neve. Nei bordelli senesi nessuna Taide sapeva meglio di me sculettare. Di lingua titillante da- vo non casti baci agli uomini e anche dopo il coito continua- vo a baciare. Il mio letto era pieno di molle e bianche tele e la mia mano industre asciugava i nervi. Avevo nella stan-


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Lectus e rat multo et niveo centone refertus,

Tergebat nervos officiosa manus. Pelvis erat cellae in medio, qua ssepe lavabar,

Lambebal madidum blanda Catella femur. Nox erat, et juvenum me sollicitante caterva

Substinui centum non satiata vices. Dulcis, amoena fui, multis mea facta placebant,

Sed praeter pretium nil mihi dulce fuit.

XXXI

CONQUERITUR, QUOD PROPTER PESTEM A DOMINA AMOTUS SIT

Quando erit, ut Senas repefam dominamque revisam? Me miserum molli pestis ab urbe fugat.

XXXII

OPTAT PRO NICniNA DEFU.NCTA

Oro tuum violas spiret, Nichina, sepulcrum,

Sitque tuo cineri non onerosa silex. Pieriae cantent circum tua busta puellae.

Et Phoebus lyricis mulceat ossa sonis.

XXXIII

LAUS COSMI, VIRI CLARISSIMI

Cosma, quis est Latiis vir felicissimus oris

Conjuglo, gazis, prole, parente, domo? Quis patriae spes est! quis sanguine clarus avito?

Vates quis priscos servai, amatque novos? Pace quis Augustus, Cassar quis Julius armis?

Quis fiet mira prò probitate Deus? Cosme, quis hic est? aut certe tu, Cosme, vir hic es,

Aut certe quis sit nescio. Cosmus, es hic.


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za una bacinella in cui spesso mi lavavo, e un bianco cagno- lino lambiva la mia madida natura. Una notte, sollecitando- mi una compagnia di giovani, sostenni un centinaio d'assal- ti senza esserne sazia. Io fui dolce e piacevole, a molti pia- ceva la mia maniera, ma a me nuli 'altro che il denaro pia- ceva.


XXXI

SI LAMENTA PERCHÈ IN CAUSA DELLA PESTE È ALLONTANATO DALLA SUA DONNA

Quando sarà che ritornerò a Siena e rivedrò la mia don- na? Me misero, la peste mi allontana dalla voluttuosa città.

XXXII

FA VOTI PER NICHIN'A DEFUNTA

Prego che il tuo sepolcro senta di viole, o Nichlna, e che sul tuo cenere non vi sia una pesante pietra. Le fanciulle Pie- rie cantino intorno alla tua tomba, e Febo coi suoi lirici can- ti plachi le tue ossa. •

XXXIII

ELOGIO DI COSIMO, CITTADINO ILLUSTRE

Cosimo, chi è in tutto il Lazio più felice per matrimo- ni, ricchezze, prole, parenti e case? Chi è speranza della pa- tria? Chi è illustre per antico sangue? Chi onora gli antichi poeti e ama i nuovi? Chi in pace è Augusto e Giulio Cesare in guerra? Chi per la meravigliosa probità diverrà un dio? Chi è questo, o Cosimo? Certo sei tu quell'uomo, o Cosimo, o ignoro chi sia. Cosimo sei proprio tu.


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XXXIV

AUCTORIS DISCIPULI VERSUS AD L. MAURAM, QUOD NON SERVET PKOMISSA

Cur non, Maura, venis? cur non piomissa fidemque

Solvis? cur nullo pondere verba reiers? Nam memini dixti nobis venienlibus ex te:

« Ite alacres, cras bine vos petiturus ero. » Cras venit, nec te aerea deducis ab arce,

Cras it, nec tu nunc, perfide Maura, venis. Quodsi nos flocci facias, et ludere jam fas

Esse putas, noli spernere, Maura, Deos. Maura Deos temnit, juravit numina Divum,

Quod nos paganico viseret ipse solo. Maura Deos temnit memores fandi atque nefandi,

Spernit et ille viros, spernit et ille Deos. levior foliis, avium ventosior alisi

Femineum et turpe est fallere sic alios. Si te, Maura, juvat me fallere, falle, sed illum

Carmine qui claret ludere, Maura, cave. Tu va lem et nomen, verum non dogmata nosti;

Nosce, capesse cito, cannine doctus eris. Non mercede docet quemquam, non indigus auro est,

Virtutis solum motus amore docet. Me docuit doctor doctissimus edere versus;

Perdidici, et nunc jam carmina nostra legis.


XXXV

AD LIBELLUM, NE DISCEDAT

Quid vis invito domino discedere? quid vis Quid te de nostra dejicit a:de, liber?

Quo fugis, infelix, degunt ubi mille Catones, Mille, quibus tantum seria lecta placent?


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xxxrv^

VERSI d'un discepolo DELL 'AUTORE A L. MAURA PERCHÈ NON HA MANTENUTA LA PROMESSA

Perchè non vieni, o Maura? Perchè non mantieni la pro- messa e la fede? Perchè non dai nessun peso alle tue parole? Tu mi dicesti, ricordo, quando venni da te: «Andatevene al- legri, domani verrò io a trovarvi. » Venne il domani, e tu non ti sei mosso dalla tua aerea rocca. Il domani è passato e tu non vieni ancora, o perfido Maura. Se non fai nessun con- to di me, e ritieni che con me si possa scherzare, non sprez- zare, Maura, gli dei. Maura sprezzò gli dei, giurò per gli dei che sarebbe venuto a trovarmi in campagna. Maura sprezzò gli dei memori del bene e del male; egli sprezza gli uomini e sprezza gli dei. tu, più leggero d'una foglia, più agile del- le ali degli uccelli, è delle femmine e vergognoso l'ingannare così gli altri! Se ti compiaci d'ingannarmi, o Maura, ingan- nami, ma guardati, o ^laura, dal prender in giro chi è noto per i suoi versi. Tu conosci il poeta e il suo nome, ma non conosci i suoi precetti: imparali, apprendili subito e tu di- verrai dotto in poesia. Egli non insegna per lucro, egli non ha bisogno d'oro. Il mio dottissimo maestro m'insegnò a far versi; imparai e ora leggi le mie poesie.


XXXV

AL suo LIBRO, PERCHÈ .\0N SE NE V.\DA

Perchè vuoi contro la volontà mia andartene? Perchè? Chi ti caccia dalla mia casa, o libro? Dove vai, infelice, dove vivono mille Catoni, mille a cui piacciono soltanto le cose serie? Tu arrossirai a scherzare, o misero, presso im rigido


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Cum censore, miser, rigido laedere, rubesces, Cumve minus poteris, laese, redire voles.

Vana tui quaeso domini prsesagia sunto,

Sitque timor vanus: thusque piperque teges.

I, verum auctoris rogitet si nomina lector, Immemorem nostri nominis esse refor.


XXXVl

CABALLUS FAME PERIENS DE LELPHO LUSCO DOMINO CONQUERITUP

Si qua tuus queritur, cupidissime Lelphe, caballus,

Da veniam, macies cogit et alta fames. Pulcer equus certe, velox pinguisque fuissem,

Pectora quam sint et fortia et ampia vide, Aplaque sint videas quam cetera membra peraeque.

Quod natura dedit, sumpsit avara manus. Ah quotiens phaleris tectus fera bella subisserai

Ah quotiens cursus praslitus esset honosl Rodo nihil, rodit sed nostras inedia vires,

Non etiam nostris dentibus herba datur. Vix mihi dat noster paleas aliquando dominus,

Barbariem metro barbarus ille dedit. Turpe quidem dictu, sed cogit turpia fari

Turpìs henis, proprio stercore pascor ego. Stercore pascor enim, sed stercore pascimur ambo,

Nam tu ne comedas, non, vir avare, cacas, Neve bibas etiam, non mejere, Lelphe, videris.

Extitit, ut perhibent, dira Celaeno parens.


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censore, e ofleso, quando più non potrai, vorrai ritornare. Io vorrei che i presagi del tuo padrone fossero vani, e vano il suo timore: tu accartoccerai l'incenso e il pepe. Va, dun- que, ma se il lettore chiede il nome del poeta, di che non ne ricordi il nome.


XXXVI

UN CAVALLO CHE MUOR DI FAME SI LAGNA DEL PADRONE LELFO LUSCO

Se il tuo cavallo si lagna, avarissimo Lelfo, pei donagli, lo costringono la magrezza e la fame estrema. Certo sarei sta- to un cavallo bello, veloce e pingue, guarda come i miei fian- chi sono potenti e larghi e guarda come tutte le mie mem- bra sono ben conformate. Ciò che natura diede, mano avara tolse. Ohi quante volte bardato di ferro avrei affrontato aspri" combattimenti I Oh quante volte sarei riuscito vittorioso nel- la corsa 1 Io non rodo nulla, l'inedia rode le mie forze; ai miei denti non si dà neppur l'erba, solo talvolta il padrone mi dà a stento paglia; quel barbaro diede barbarie al mio verso. E' turpe a dirsi, ma il mio turpe padrone mi costringe a dir co- se turpi; io mi nutro del mio sterco. Poiché mi nutro di ster- co, ambedue ci nutriamo di sterco; poiché tu non mangi, o avaro, non cachi, e poiché non bevi, o Lelfo, non mingi. Tua madre, come narrano, fu la crudel Galeno. Le ulcere che una sella senza lana m'ha fatto al dorso tu le vedi, o Lusoo; vedi le mie reni ferite. Perchè a cavallo mi laceri i fianchi coi


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Sella carens lanis quae fecerit ulcera dorso,

Lusce, vides caudae vulnera, Lusce, vides. Cur equitans aspris calcaribus ilia tundis,

Si vix sat, piane debilis ire queam? Cur agilis vis dem crudelis in aera saltus.

Tibia si nequeat lassa movere pedem? Ipse qui dem collo mallem vectare quadrigas,

Degere quam miseri sub ditione viri. Ocius affectem pistrino, Lelphe, dicari,

Sub te funestam quam tolerare famem. Vera quis haìc credat, nìsi credunt vera molares?

Ferrea sunt longa frena comesa fame. Ordea cornipedi dulcis datur esca caballo,

Sorbuit hos nunquam sed mea bucca cibos, Vera loquar, verum quis possit credere ventren

Duntaxat vento vivere posse meum? Est mihi, vai misero, macies incognita toto

Corpore, et infractis artubus ossa sonant. Sim licet informis, simque aridus, hoc mage malim,

Quam Lelphus vacui pectoris esse velim. Est Lelphus rationis inops et mentis egenus,

Corpus ei.ut sus trux efferitate riget. Quum loquitur, boat ut bos, et fiat putor ab ore,

Ut dubius perstes, culus an os loquitur. Quum ridet, fauces inhiant, ut asellus hiascens,

Fit mihi de risu nausea saepe suo. Plura equidem quererer, quoniam sunt plura, sed heu heu

Lingua loqui plub nunc debilitata nequit. Jam morior; socii, slabulum, pra^sepe, valete.

Me miserum, videor debilitate mori. Vos procul ite, ferae, procul hinc vos ite, volucres:

Quo ruitis, modo vos pellis et ossa manent. Plaudite, nam Lelphum Luscum mandetis avarum,

Ille crucis poenas, furcifer ille, dabit.


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duri speroni, quando, debole come sono, posso appena star in piedi? Perchè vuoi tu, cmdele, ch'io faccia in aria agili salti, se la mia tibia stanca non può muovere il piede? Io pu- re vorrei col collo tirar quadrighe piuttosto che vivere sotto 6Ì tristo padrone. Vorrei, o Lelfo, essere al servizio d'un mu- gnaio piuttosto che tollerare sotto di te così funesta fame. Chi crederebbe che queste cose sono vere ali 'infuori dei miei molari? I miei ferrei morsi li ho mangiati per la prolungata fame. Ai cornipedi cavalli si dà l'orzo, dolce cibo, ma la mia bocca non ne ha mai mangiato. Dico il vero, ma chi potrà credere che il mio ventre si nutre di vento? me miserol Tutto il mio corpo è d'ima magrezza ignota e per le giuntu- re rotte mi risuonano le ossa. Io sono orribile, io sono sec- co ma mi preferisco all'essere Lelfo dal ventre vuoto. Lelfo manca di senno ed è povero di mente, il suo corpo come quello di un istrice sa di bestiale. Quando parla grida come un bue, dalla bocca gli esce fetore al punto che non sai se parli la bocca o il culo. Quando ride, spalanca le fauci come un asino che raglia e il suo riso mi provoca nausea. Potrei ri- cordar altre cose, poiché sono molte, ma, ohimè I la mia lin- gua indebolita non può più parlare. Io muoio; compagni, stalla, mangiatoia, addio. Oh me misero, mi vedo morir di inedia. Voi andatevene lontano, fiere, e voi pure, uccelli*, do- ve voi precipiterete, non c'è che pelle e ossa. Plaudite, voi mangerete l'avaro Lelfo Lusco, quello, quel scellerato paghe- rà il fio.


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XXXVII


AD I.IBELLUM, UT FLORENTINUM LUPANAR ADEAT

Si domini monitus parvi facis, i, luge, verum

Fiorentina petas moenia, parve liber. Est locus in media, quem tu pjte, festus in

Quove locum possis gnoscere, signa dabc Alta Reparatae scitare palatia Dìvìe,

Aut posce agnigeri splendida tempia Dei. Heic iueris, dextram teneas, paulumque profeclus

Siste, Vetusque petas, lesse libelle, Forum. Heic prope meta viae est, heic est geniale lupanar,

Qui sua signa suo splrat odore locus. Huc ineas, ex me lenasque lupasque saluta,

A quibus in molli suscipiere sinu. Occurret tibi flava Helcne, dulcisque Mathildis,

Docta agitare suas illa vel illa nates. Te viset Jannecta, sua comitante Catella:

Blanda canis domina est, est hera blanda viris, Mox veniet nudis et pictis Clodia mammis,

Clodia blandi tiis grata puella suis. Galla tuo peni vel cunno, nan tibi uìcrque est,

Injiciet nullo tacta rubore manus, Annaque Theulonico tibi se dabit obvia canfu:

Dum canit Anna, recens afllat ab ore merum Te quoque conveniet crissat.rix maxima Pitho,

Qua cum delicise fornicis Ursa venit, Teque salutatum transmiltit Thaida vicus

Proximus, occiso de bove nomen habens. Denique tam celebri scortorum quidquid in urbe est

Te pelet, adventu ìaìia caterva tuo.


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XXXVIl


AL SUO LIBRO PERCHE VADA AL LUPANARE DI FIRENZE

Se tu fai poco conto degli ammonimenli del tuo padro- ne, va, fuggi, ma guadagna le mura di Firenze, o piccolo li- bro. Ewi in mezzo alla città ove tu vai, un luogo piacevole, e perchè tu lo possa conoscere te ne darò i segni. Domanda dove è l'alta chiesa di Santa Reparata, dov'è la splendida cat- tedrale del Dio che porta l'agnello. Quando tu sarai là, tie- ni la destra e dopo breve cammino fermati e domanda, o stanco libro, del Vecchio Foro. Là è vicina la meta, lì è il geniale lupanare, il luogo si rivela da se stesso col suo odore. Là entra, saluta per me ruffiane e baldracche, sul loro tenero seno t'accoglieranno tutte. Ti verrà incontro la bionda Elena, la dolce Matilde, abili l'una e l'altra a sculettare. Ti vedrà Giannetta seguita dalla sua cagnolina: blanda è la cagnetta alla padrona e la padrona agli uomini. Poi verrà Clodia dalle nude e dipinte mamme, Clodia, fanciulla grata per le sue carezze. Sulla tua verga o vulva, poiché tu hai l'una e l'altra, Galla porrà la mano senza alcun rossore; Anna ti verrà in- contro cantando una canzone tedesca; mentre Anna canta e- scirà dalla sua bocca odor fresco di vino. Verso te verrà la grande crissatrice Pito e con essa Orsa, delizia del bordello. Per salutarti Taide verrà dalla via vicina, che prende il no- me dal bue ucciso. Infine tutto ciò che v'è in città di mere- tricio verrà a vederti e la moltitudine sarà lieta della tua ve- nuta. Qui potrai dire e nello stesso tempo fare cose oscene


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Heic obscena loqui, simul et patrare licebit,

Nec tinget vultus ulla repulsa tuos. Heic quod et ipse potens, quod et ipse diutius optas,

Quantum vis futues et futuere, liber.


XXXVIII

AD COSMUM DE LIBRI FINE ET DEDIGATIONB

Cosme, vaie, vatum spes et tutela novorum, Jamque suos fines Hermaphroditus habet,,

Cum nequeat majus, nam turbant otia curae, Hoc tibi quodcumque est devovet auctor opus.


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né il tuo viso avrà ad arrossire d'alcun rifiuto. Qui finché ti talenta e fin che lo desideri, o mio libro, puoi fottere e far- ti fottere.


XXXVIII

A COSIMO, INTORNO ALLA FINE E ALLA DEDICA DEL LIBRO

Cosimo, addio, speranza e sostegno dei nuovi poeti. L'ermafrodito è giunto in fine. L'autore non potendo far di piti, poiché le cure non gli lasciano il temgo, ti dedica qua- st 'opera, comunque essa sia.

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